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53 ANNALI D'ITALIA, ANNO XVII. 54

non latina, n’ebbe scrupolo, e volle ascoltare il parere de’ più dotti grammatici, i quali quasi tutti la dichiararono buona, dacchè era stata usata da sì gran dottore e principe, qual era Tiberio. Con tutto ciò saltò su un certo Marcello, dicendo, «che potea ben Cesare dar la cittadinanza di Roma agli uomini, ma non già alle parole;» bolzonata che ferì non poco Tiberio, e nondimeno seppe egli, secondo il suo costume, ben dissimularla. Proibì ancora ad un centurione il fare testimonianza nel senato con parole greche, tuttochè egli in quello stesso luogo avesse udito molte cause trattate in greco, ed egli medesimo talvolta si fosse servito dello stesso linguaggio per interrogare.


Anno di Cristo xvii. Indizione v.
Tiberio imperadore 4.


Consoli


Caio Cecilio Rufo e Lucio Pomponio Flacco Grecino.


Il primo de’ consoli negli Annali stampati di Tacito è chiamato Celio; Cecilio in quei di Dione. E così appunto si dee appellare. S’è disputato fra gli eruditi intorno a questo nome. Credo io decisa la lite da un marmo da me dato alla luce1, che si dice posto C. CAECILIO RVFO, L. POMPONIO FLACCO COSS. Erano insorte nell’anno precedente varie turbolenze fra i re d’Oriente, che dipendevano in qualche guisa da Roma2. Avea Augusto, siccome accennammo, dato ai Parti Vonone per re. Col tempo cominciarono que’ barbari a sprezzarlo, poscia ad abborrirlo, e finalmente a congiurare per detronizzarlo. Chiamato alla corona Artabano del sangue degli antichi Arsacidi, questi, sconfitto sulle prime, sconfisse in fine Vonone. Si rifugiò il vinto nell’Armenia, e fatto re da[p. 54]que’ popoli non andò molto, che prevalendo presso gli Armeni il partito favorevole ad Artabano, Vonone si ritirò ad Antiochia con un gran tesoro. Ivi risedeva proconsole della Soria Cretico Silano, che adocchiato quell’oro, l’accolse ben volentieri, e permise ch’egli si trattasse da re, ma nel medesimo tempo il facea custodire sotto buona guardia. Vonone intanto implorava con frequenti lettere aiuto da Tiberio; ma non avea Tiberio voglia di romperla coi Parti, gente che non si lasciava far paura dai Romani, e gli avea anche più volte fatti sospirare. Oltre a ciò avvenne3 che Tiberio fece citar a Roma Archelao re della Cappadocia tributario de’ Romani, col pretesto ch’egli meditasse delle rebellioni. L’odiava Tiberio, perchè, allorchè egli dimorava a guisa di relegato in Rodi, Archelao passando per colà non l’avea onorato di una visita, e grande onore all’incontro avea fatto a Cajo Cesare emulo suo. Venne Archelao a Roma vecchio e malconcio di sanità, dopo aver per cinquant’anni governato i suoi popoli; e fu accusato innanzi al senato. Si mise egli in tal affanno per questa persecuzione, che da lì a qualche tempo, non si sa se naturalmente, o pure per aiuto altrui, terminò la sua vita. Allora la Cappadocia fu ridotta in provincia, e spedito colà un governatore. In que’ medesimi tempi vennero a morte Antioco re della Comagene e Filopatore re di Cilicia con gran turbazione di que’ popoli, parte dei quali volea un re, ed un’altra desiderava il governo de’ Romani. Anche la Soria e la Giudea, lagnandosi de’ troppo gravi tributi, ne dimandavano la diminuzione.

Fu questa una bella occasione a Tiberio per allontanar l’odiato nipote Germanico Cesare da Roma, e cacciarlo in paesi pericolosi sotto specie d’onore. Propose dunque in senato, che non v’era persona più a proposito di lui per dar sesto agl’imbrogli dell’Oriente. Già avea esso Germanico conseguito il trionfo nel dì 26

  1. Thesaur. Novus Inscription. pag. 301. n. 1.
  2. 95 Tacitus Annal. lib. 2, cap. 1. Joseph, Antiq. Judaic., lib. 16, cap. 3.
  3. Dio., lib. 57.