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Pagina:Annali d'Italia, Vol. 1.djvu/506


dai cristiani. Moglie di Aureliano imperadore fu Ulpia Severina, la quale non si sa che procreasse altro che una figliuola, i cui discendenti viveano a’ tempi di Vopisco. Ora da che fu creato imperadore Aureliano, se dice il vero Zosimo2508, egli sen venne a Roma, e, dopo aver quivi bene assicurata la sua autorità, di colà mosse, e per la via d’Acquileia passò nella Pannonia, che era gravemente infestata dagli Sciti, o sia dai Goti. Mandò innanzi ordine che si ritirassero nelle città e ne’ luoghi i viveri e i foraggi, affinchè la fame fosse la prima a far guerra ai nemici. Comparvero, ciò non ostante, di qua dal Danubio i Barbari, e bisognò venire ad un fatto d’armi. Senza sapersi chi restasse vincitore, la sera separò le armate, e fatta notte, i nemici si ritirarono di là dal fiume. La seguente mattina ecco i loro ambasciatori ad Aureliano per trattar di pace. Se la concludessero, nol dice Zosimo: e sembra che no, perchè partito Aureliano, e lasciato un buon corpo di gente in quelle parti, furono alcune migliaia di que’ Barbari tagliate a pezzi. Il motivo per cui si mise in viaggio Aureliano, fu la minaccia de’ popoli, che Vopisco2509 chiama Marcomanni, e Desippo2510 storico Giutunghi, di calare in Italia; se pur de’ medesimi fatti e popoli parlano i suddetti due scrittori. Secondo Desippo, Aureliano, portatosi al Danubio contro ai Giutunghi Sciti, diede loro una sanguinosa rotta; e, passato anche il Danubio, fu loro addosso, e ne fece un buon macello, talmente che i restanti mandarono deputati ad Aureliano per chieder pace. Fece Aureliano metter in armi e in ordinanza il suo esercito, e per dare a quei Barbari una idea della grandezza romana, vestito di porpora andò a sedere in un alto trono in mezzo del campo, con tutti gli uffiziali a cavallo, divisi in più schiere intorno a lui, e colle bandiere ed insegne, portanti l’aquile d’oro e le immagini del principe poste in fila dietro al suo trono. Parlarono que’ deputati con gran fermezza, chiedendo la pace, ma non da vinti; rammentando allo imperadore ch’erano giornaliere le fortune e sfortune nelle guerre; ed esaltando la loro bravura, giunsero a dire d’aver quaranta mila cavalieri della sola nazion de’ Giutunghi, ed anche maggior numero di fanti, e d’esser nondimeno disposti alla pace, purchè loro si dessero i regali consueti, e quell’oro ed argento che si praticava prima d’aver rotta la pace. Aureliano con gravità loro rispose, che dopo aver eglino col muover guerra mancato ai trattati, non conveniva loro il dimandar grazie e presenti; e toccare a lui, e non a loro, il dar le condizioni della pace; che pensassero a quanto era avvenuto ai trecento mila Sciti, o Goti, che ultimamente aveano osato molestar le contrade dell’Europa e dell’Asia; e che i Romani non sarebbono mai soddisfatti, se non passavano il Danubio, per punirli nel loro paese. Con questa disgustosa risposta furono rimandati quegli ambasciatori. Per attestato del medesimo Desippo2511, autore poco lontano da questi tempi, anche i Vandali mossero guerra al romano imperio, gente anche essi della Tartaria; ma una gran rotta loro data dall’esercito fece ben tosto smontare il loro orgoglio, ed inviar ambasciatori ad Aureliano per far pace e lega. Volle Aureliano udire intorno a ciò il parere dell’armata; e la risposta generale fu, che avendo que’ Barbari esibite condizioni onorevoli, ben era il finir quella guerra. Così fu fatto. Diedero i Vandali gli ostaggi all’imperadore, e due mila cavalli ausiliarii all’armata romana; gli altri se