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Pagina:Annali d'Italia, Vol. 1.djvu/481


questi fosse Licinio Salonino Valeriano primogenito di Gallieno. Trebellio Pollione2311 il chiama Salonino Gallieno. Lascerò io che altri decida cotal controversia, per cui non si possono recare se non conghietture, e passerò innanzi. Non mancavano all’imperador Gallieno delle buone doti. Per conto dello ingegno, molti si lasciava addietro. Avea studiata l’eloquenza e la poesia; faceva anche dei versi tollerabili; mostrava genio alla filosofia platonica, e tale stima ebbe di Plotino, eccellente maestro di quella scuola, vivente allora, che gli era venuto il capriccio2312 di rifabbricare una città nella Campania, per ivi fondare una repubblica di platonici; ma ne fu distornato da’ suoi cortigiani. Pareva avere del coraggio e della prontezza2313; ma solamente ciò si verificava quando era in collera, o si sentiva irritato dallo sprezzo altrui. La sua magnificenza e liberalità, se vogliam credere a Zonara2314, era qual si conveniva ad un imperadore, amando egli di far del bene a tutti, e di non rifiutar grazie a chiunque ne chiedeva. Aggiugne ch’egli inclinava alla clemenza, non avendo fatto morire chi contra di lui s’era rivoltato. Anche Ammiano Marcellino sembra concorde con lui su questo punto. Tuttavia un ritratto ben diverso di lui fece Trebellio Pollione, e la sua crudeltà starà poco a darci negli occhi. Del pari vedremo che andò col progresso del tempo svanendo quella parte di buono che in lui si trovava, con lasciarsi egli prender la mano dall’eccessivo amor dei divertimenti e dei piaceri illeciti, e col divenir neghittoso e sprezzato: cose tutte che si tirarono dietro de’ gravissimi sconcerti, e furono quasi la rovina della repubblica romana. Non si dee già tacere che questo principe debolissimo, riconosciuta per ingiustissima la fiera persecuzione mossa dal padre contra de’ cristiani2315, restituì sul principio del suo governo la pace alla Chiesa, vietando il recar ulteriori molestie ai professori della legge di Cristo. Ma non cessò per questo l’ira di Dio, che volea puniti i Romani gentili, per aver attizzata la crudeltà di Valeriano contra dei suoi servi; e però si affollò ogni sorta di disgrazie sopra l’imperio romano, regnante Gallieno. La peste più che mai vigorosa seguitò a mietere le vite degli uomini; i tremuoti rovesciarono le città; da ogni parte i Barbari continuarono a spogliare e lacerare le contrade romane. Il maggiore de’ guai nondimeno fu, che nel cuore del romano imperio insorsero di mano in mano varii usurpatori e tiranni, l’insolenza de’ quali non si potè reprimere senza lo spargimento d’infinito sangue. Per la prigionia di Valeriano restarono in una somma confusione gli affari dell’Oriente2316; e corsa questa voce per tutto l’imperio e fra i Barbari, si spalancarono le porte alle sedizioni, alle rapine e ad ogni più funesta novità, quasi che fosse rimasta vedova abbandonata la repubblica romana, e si riputasse uomo da nulla il di lui figliuolo Gallieno Augusto. Trovavasi questi allora all’armata del Reno, per opporsi ai tentativi de’ sempre inquieti Germani. Racconta Zosimo che gli Sciti, cioè i Tartari, abitanti di là dal Danubio, unite insieme varie loro nazioni, divisero in due corpi l’immensa lor moltitudine. Coll’uno entrarono furiosi nell’Illirico, saccheggiando e devastando le città e campagne; e coll’altro vennero fino in Italia, ardendo di voglia di dare il sacco alla stessa città di Roma, ne’ cui tesori speravano di saziare la loro avidità. In fatti giunsero fino in quelle vicinanze. Il senato allora, per rimediare a sì gran pericolo, raunò quanti soldati potè, diede l’armi ai più