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arrivo di Massimino. Allorchè pervenne ad esso Massimino la nuova dei novelli due imperadori, conobbe chiaro che l’odio del popolo romano era irreconciliabile contra di lui, e però doversi riporre tutte le sue speranze nella forza. Sollecitata dunque più che mai la marcia del suo esercito, che tuttavia era fuori della Italia, giunse ad Emona città dell’Istria, e la trovò abbandonata da quegli abitanti. Il non aver essi lasciata ivi vettovaglia alcuna diede da mormorare ai di lui soldati, i quali, dopo tante marcie sforzate e patimenti del viaggio, si erano lusingati di trovar le tavole imbandite, anzi le delizie ai confini dell’Italia. Il peggio fu, che, continuato il viaggio, ebbero avviso, qualmente Aquileia, città allora assai vasta, ricca e popolata, ed una delle più riguardevoli del romano imperio, avea chiuse le porte, e s’era accinta alla difesa. Prima d’imprendere l’assedio di quella città, mandò Massimino uffiziali a parlare a quel popolo, per esortarlo alla pace: al qual fine furono adoperate promesse e parole le più belle del mondo. Ma dentro v’erano Menofilo e Crespino, uomini consolari, che meglio seppero parlare e ritenere il vacillante popolo dall’aprir le porte al nemico, con avere spezialmente finto che Apollo Beleno, singolarmente ivi onorato, avesse, per mezzo degli aruspici, predetto che Massimino resterebbe vinto. Fu di avviso il padre Pagi che questo assedio si facesse in tempo di verno: e il cardinal Noris cita Erodiano2066 là dove scrive che il fiume Isonzo era grosso per le nevi delle montagne, le quali dopo un lungo verno si disfacevano, deducendo da ciò che l’assedio si facesse nel principio del mese2067 di marzo. Ma le nevi delle alte montagne più tardi si disfanno, e tanto più dovettero tardare dopo un lungo verno, e però nè pure al giugno e luglio non disconviene l’essere tuttavia ricchi d’acque i fiumi. Passò Massimino coll’armata quel fiume, volendosi di botti vuote, o pur di quei vasi, ne’ quali si portano l’uve alla città; e poi strinse d’assedio Aquileia. Mentre queste cose succedeano, un lagrimevole accidente occorse in Roma diffusamente narrato da Erodiano2068. Due soldati pretoriani di que’ pochi che restavano in Roma, mossi da curiosità d’intendere ciò che si trattava nel senato, entrarono dentro, e s’inoltrarono sino all’altare della Vittoria. Giuliano, che poco fa era stato console (non so se diverso dai due sostituiti soprannominati, o pure l’un d’essi), e Mecenate, uno de’ senatori, piantati nel petto di que’ due soldati i lor pugnali, li stesero morti a terra. Fuggirono gli altri pretoriani al quartiere, e quivi rinserrati aspettavano il tempo di vendicarsi. Uscito Giuliano, commosse il popolo e i gladiatori all’armi contra de’ pretoriani: laonde tutti in folla corsero al castello pretorio, credendosi di poterlo superare, e di ingoiare i pretoriani. Ma furono ben ricevuti dalle lor freccie e picche, in maniera tale, che, vegnendo la sera, se ne tornarono confusamente entro la città, riportando solamente delle ferite da quel conflitto. Allora, spalancate le porte del pretorio, ne uscirono i soldati, e diedero addosso a quella disordinata moltitudine, con farne grande strage, e massimamente de’ gladiatori. Irritato sempre più il popolo romano per questa grave percossa, cercò aiuto, e continuò pei più giorni a far guerra al pretorio, non sapendo sofferire che un mucchio di soldati tanto inferiori di numero facesse sì lunga resistenza. Tolsero anche gli acquidotti al pretorio, ma allora que’ soldati, mossi dalla disperazione, tornarono fuori, e colle spade alle reni inseguirono il popolo fin dentro la città, con ucciderne molti. Trovandosi ivi con isvantaggio, perchè dalle finestre e dai tetti fioccavano i sassi e le tegole, s’avvisarono di