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rispetto singolare, anzi tale che passò all’eccesso. Se crediamo ed Erodiano1938, questo solo difetto gli si potè opporre, cioè che troppo amava la madre, sino ad ubbidirla, suo malgrado, in cose che non trovava ben fatte. Perciò potente era ella nel governo, e fu al pari di Giulia di Severo intitolata madre delle armate, del senato e della patria. Certo non mancò essa giammai di dar dei buoni avvertimenti al figliuolo; fu nulladimeno tacciata di avidità della roba altrui: il che andava ella scusando presso il figliuolo, con dirgli che accumulava quell’oro per di lui servigio, affinchè avesse di che regalare i soldati. Ma accumulandone talvolta per vie illecite, ed empiendone i proprii scrigni, se ne lagnava poi Alessandro, senza potervi nondimeno rimediare: tanta era la riverenza che professava a chi gli avea data la vita. Onesti poi erano i divertimenti suoi. Amava la musica, si dilettava della geometria, dipingeva assai bene, sonava varii strumenti, cantava, ancora con bella voce e con garbo, ma solamente in camera sua e nella privata conversazion degli amici. Talvolta a cavallo, talora a piè facea delle buone passeggiate; gli piaceva anche la caccia e la pesca. Una delle cure di sua madre fu sempre quella di tenerlo occupato e lontano dall’ozio. Nè pregiudicavano punto i divertimenti suoi al pubblico governo1939. Gli erano portati gli affari smaltiti prima dai saggi suoi consiglieri, ed era facile lo sbrigarli. Ma quando occorrevano cose di molta importanza e premura, vi assisteva, levandosi anche prima del sole, e stava nel consiglio le ore intere senza mai annoiarsi o stancarsi. Impiegava anche talvolta il tempo che gli restava dopo gli affari in leggere libri, essendogli spezialmente piaciuti in greco quel di Platone della Repubblica, e in latino quei di Cicerone degli Uffizii, o sia dei Doveri e della Repubblica. Dilettavasi ancora di leggere degli oratori e dei poeti, e massimamente le poesie di Orazio e di Sereno Sammonico, da lui conosciuto ed amato. Ma sopra le altre letture era a lui cara quella della vita di Alessandro il Macedone, per istudiarsi d’imitarlo dove potea, condannando nondimeno in lui l’ubbriachezza e la crudeltà verso gli amici. Dopo la lettura esercitava il corpo in tirar di spada, in lotte discrete, in giuochi ch’esigevano del moto: tutte maniere proprie per conservar la sanità. Andava anche, secondo l’uso d’allora, al bagno, dopo il quale faceva un po’ di colezione, differendo talvolta il prender cibo dipoi sino alla cena. Nulladimeno l’ordinario suo stile era di pranzare; e ne’ pranzi suoi non compariva nè sordidezza nè lusso, ma bensì un bell’ordine, cibi semplici, piatti ben puliti, e quel che occorreva per satollare e non per aggravare lo stomaco. Solamente nei dì di festa si accresceva alla tavola un papero, e nelle maggiori solennità, tutto il grande sfarzo era la giunta di uno o due fagiani o di due polli. Oro non volle mai nella sua mensa, e tutto il suo vasellamento d’argento consisteva in ducento libbre. Occorrendone di più nelle occasioni, se ne facea prestar dagli amici. Se solo si cibava, teneva un libro a tavola, e leggeva, se pur non facea leggere. Ma più spesso voleva seco a pranzo degli uomini dotti, e particolarmente Ulpiano, dicendo che più gli faceano pro i ragionamenti loro eruditi, che le vivande. Allorchè dovea far de’ pubblici banchetti, anche da questi volea bandito lo sfoggio, portandosi solamente i piatti consueti, ma aumentati a proporzione dei convitati. Per altro non gli piacea quella gran turba, perchè dicea di parergli di mangiar nel teatro o nel circo. Costumarono alcuni Augusti, ed era anche in uso presso i grandi, di aver commedianti o buffoni intorno alle lor tavole per divertirsi. L’innocente suo trastullo