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Pagina:Annali d'Italia, Vol. 1.djvu/414


L’accordo in fine fu conchiuso, con patto che Elagabalo mutasse vita, e fosse assicurata la vita di Alessandro, nè alcuno degli amici di Elagabalo andasse a visitarlo, per timore che non gli nuocessero o nol conducessero ad imitare gli sregolati costumi del corrotto Augusto. Secondo Lampridio1918, succederono queste cose nell’anno precedente. Era restato pien di veleno per tali avvenimenti l’indegno Elagabalo, e però, venuto il primo dì di questo anno, in cui doveva egli col cugino Alessandro procedere console, non si volle muovere di camera, se non che l’avola e la madre tanto dissero, con fargli temer imminente una sollevazion delle milizie, che solamente a mezzodì con esso Alessandro andò a prendere il possesso della dignità consolare. Ma non volle passar al Campidoglio a compiere la funzione, e convenne che il prefetto di Roma la compiesse, come se non vi fossero consoli. Non sapea digerire Elagabalo il veder così limitata l’autorità sua imperiale, e molto meno che al dispetto suo e sugli occhi suoi vivesse l’odiato Alessandro. Però andava cercando nuove maniere di levarlo di vita; ed ora solamente fu, secondo Erodiano1919, che tentò di torgli il titolo e la dignità di Cesare. Fece partir di Roma all’improvviso tutti i senatori1920, acciocchè non osassero opporsi ai suoi malvagi disegni. E perchè Sabino, senator gravissimo, era restato in città, diede ordine ad un centurione che andasse ad ammazzarlo. Per buona fortuna costui pativa di sordità, e credendo che l’ordine fosse per l’esilio, non ne fece di più. Per comandamento poi di esso Elagabalo, era ridotto Alessandro a starsene chiuso in casa, nè ammetteva udienze. Da lì a poco tempo, volendo il folle ed insieme furbo imperadore scandagliare qual disposizione si potesse aspettar dai soldati, qualora facesse ammazzar Alessandro, fece correr voce ch’esso Cesare era vicino per malattia a mancar di vita. Grande fu il bisbiglio, maggiore dipoi la commozion delle milizie, gridando moltissimi di essi che volevano vedere Alessandro Cesare. Perciò si chiusero ne’ lor quartieri, nè più volevano far le guardie al palazzo cesareo. Imminente era una terribil sollevazione, se Elagabalo, preso seco in carrozza Alessandro, non fosse ito al loro campo. Apertegli le porte, il condussero al loro tempio, unendosi intanto molti strepitosi viva per Alessandro, pochi per Elagabalo. L’ultima pazzia di questo imperadore fu che, essendosi egli trattenuto in quel tempio la notte, nella mattina seguente, che fu il dì 7 (altri vogliono nel dì 9 di marzo, altri più tardi, ma Lampridio chiaramente sta colla prima opinione), fece istanza che fossero ammazzati alcuni di coloro che aveano gridato: Viva Alessandro. Così irritati da questo pazzo ordine rimasero i soldati, che a furia si sollevarono contra di lui. Fuggì Elagabalo, e si nascose in una cloaca, luogo degno di lui; ma, avendolo trovato, lo uccisero, e seco Soemia sua madre, ch’era in sua compagnia, e molti dei suoi iniqui ministri. Fra questi si contarono i due prefetti del pretorio ed Aurelio Eubulo da Emesa, presidente della sua camera, scorticator della gente, che dalla plebe, sollevata anch’essa, e dai soldati tagliato fu a pezzi. Nella stessa rovina restò involto Fulvio prefetto di Roma, e l’infame Jerocle. Di tanti suoi obbrobriosi cortigiani, potenti presso di lui, non si salvò che uno. Furono trascinati per la città i cadaveri dell’ucciso Augusto e di sua madre; poi quello di esso Elagabalo gittato fu nel Tevere. Fece il senato radere dalle iscrizioni a lui poste il nome di Antonino, cotanto da lui disonorato, ed egli da lì innanzi non con altro nome fu menzionato che di falso Antonino, di Sardanapalo e di Tiberino, o pur di Vario Elagabalo. Così, dopo aver questo scapestrato giovine regnato tre anni,