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Pagina:Annali d'Italia, Vol. 1.djvu/408


Anno di Cristo CCXIX. Indizione XII.
CALLISTO papa 3.
ELAGABALO imperadore 2.

Consoli

MARCO AURELIO ANTONINO, soprannominato ELAGABALO, per la seconda volta e SACERDOTE per la seconda.

Una iscrizione da me1893 riferita porge qualche barlume per credere che il secondo console fosse appellato Tiberio Claudio Sacerdote. Ora mentre tuttavia dimorava in Oriente l’Augusto Elagabalo, Dione1894 accenna alcuni torbidi, che dovettero essere di poca conseguenza, cagionati da chi, avendo veduto salire all’imperio un Macrino ed un Elagabalo, benchè sprovveduto di nobiltà, si diede a tentar delle novità negli eserciti. Furono costoro ben tosto oppressi. Nè tardò il nuovo Augusto a dar segni della sua crudeltà, con uccidere di man propria il suo aio, pel cui senno e valore avea conseguita la vittoria di Macrino ed ottenuto l’imperio: solamente perchè lo esortava a lasciar le ragazzate. Fece anche uccidere Giuliano Nestore, già prefetto del pretorio sotto Macrino, Fabio Agrippino governatore della Soria, Reano governator dell’Arabia, Claudio Attalo presidente di Cipri, e Decio Trajano governator della Pannonia, non per altro delitto, che per essersi eglino sottomessi con prontezza all’usurpato imperio suo1895. Durante il verno, ch’egli passò in Nicomedia, cominciò di buon’ora a farsi conoscere quel mostro non solo di crudeltà, come ho già detto, ma anche di libidine, di capriccio e di leggerezza di senno, che poi da tutto il mondo fu conosciuto e detestato. La prima sua pazzia, principio di molte altre, fu l’esser egli perduto dietro al suo dio Elagabalo, di cui era stato e pretendeva di voler essere tuttavia sacerdote. Ne cominciò in essa Nicomedia a promuovere il culto con varie feste, portando veste sacerdotale tessuta di porpora e d’oro, e maniglie e gioielli, e corona a guisa di mitra o tiara fregiata d’oro e di gemme. Questo abito all’orientale, pieno di lusso, era il suo favorito; gli facea nausea il vestire alla romana o alla greca, chiamando i lor abiti troppo vili, perchè fatti di lana; laddove egli li voleva di seta: cosa assai rara e preziosa in que’ tempi. Lasciavasi anche vedere fra i sonatori di timpani e di pive, e faceva il ballerino nei sacrifizii a quel ridicolo dio. Giulia Mesa sua nonna, a cui dispiacevano forte queste sue puerilità, non mancò di riprenderlo, col mettergli davanti il discredito in cui incorrerebbe con sì straniere vesti comparendo a Roma. Più che mai si ostinò a volerla a suo modo, perch’egli non badava se non a chi gli stava intorno per adularlo. Affine poi di provare quanto egli si potesse promettere dalla sommession de’ Romani ad ogni suo volere, fattosi dipingere in quell’abito sfarzoso e forestiere di sacerdote insieme col dio da lui adorato, mandò a Roma quel ritratto, comandando che si appendesse nella sala del senato, e che ad ogni assemblea de’ padri s’incensasse, con ordine ancora a tutti i ministri sacri di Roma che nei loro sacrifizii prima degli altri dii nominassero il suo dio Elagabalo. Fu ubbidito, e questo servì a far conoscere in Roma il di lui esterior portamento, prima che vi arrivasse; ed, arrivato che fu, a non maravigliarsene. Comparve dunque il folle giovinastro in quella gran città, e l’unica cosa che fece meritevol di lode1896, fu l’attener la promessa da lui fatta di non punir chicchessia che avesse operato o parlato contra di lui finchè Macrino visse. Diede