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Pagina:Annali d'Italia, Vol. 1.djvu/406


della città, dove si erano ritirati e fortificati i ribelli; ma non vi volle entrar per forza, sperando di veder di momento in momento esposta bandiera bianca. Questa bandiera non comparve, e durante la notte si fortificarono così bene i soldati di dentro, che quando Giuliano, venuta la mattina, fece dare l’assalto alle mura, trovò una insuperabile resistenza negli assediati. Inoltre, si lasciò vedere quel bel fantoccio di Elagabalo magnificamente abbigliato sui merli delle mura e delle torri, gridando i suoi soldati: Ecco il figliuolo di Antonino, cioè di Caracalla, e mostrando nel medesimo tempo i sacchi dell’oro e dell’argento loro dati da Giulia Mesa. Quella bella vista, passando in cuore di chi tanto bene avea ricevuto da Caracalla, servì d’incanto ai soldati di Macrino, che, ammutinati anch’essi, trucidarono i più dei loro uffiziali, e si unirono con quei di Elagabalo. Giuliano fuggì, ma raggiunto perdè la vita; e fu così ardito un soldato, che, posta la di lui testa entro un sacchetto sigillato col sigillo del medesimo Giuliano, la portò a Macrino, fingendo che fosse il capo di Elagabalo; e mentre quella si sviluppava, destramente se ne fuggì. Erasi inoltrato Macrino Augusto sino ad Apamea, aspettando l’esito della spedizion di Giuliano. Uditolo sinistro, credono alcuni1884 ch’egli creasse allora Augusto il figliuolo Diadumeniano. Altro non dice Dione1885, se non che il designò1886 Imperadore, e promise un grosso regalo ai soldati. Però le monete che ci rappresentano Diadumeniano Augusto prima di quel tempo e le lettere citate da Capitolino, o son false o non vanno esenti da sospetto. Anzi non pare che vi restasse tempo di battere nè pur monete in onore di questo nuovo Augusto, oltre al dirsi da Dione ch’egli fu designato1887 solamente, per aspettarne probabilmente il consenso dal senato. Erodiano il riconosce fregiato unicamente col titolo di Cesare. Non si fidò Macrino di fermarsi dopo la disgrazia di Giuliano in Apamea, e si mise in viaggio per ritornarsene ad Antiochia. Ma l’esercito di Elagabalo, ch’era per tanti desertori cresciuto a segno di poter fare paura a Macrino, uscì in campagna, e con isforzate marcie il raggiunse in un luogo distante circa trenta miglia da Antiochia1888. Bisognò venire ad un fatto d’armi correndo il dì 7 di giugno. I pretoriani, siccome bei pezzi di uomini e gente scelta, erano superiori di forze; ma i nemici con più furore combattevano, perchè, perdendo, si aspettavano la pena della lor ribellione. Contuttociò, prevalendo i primi, cominciarono a piegare e a prendere la fuga gli altri; se non che, scesa dal cocchio Giulia Mesa colla figlia Soemia, con lagrime e preghiere tanto fece, che li rispinse nella mischia. Lo stesso Elagabalo, il più vile uomo del mondo, comparve in questa occasione un Marte, perchè a cavallo e col brando in mano maggiormente animò i suoi alla pugna. Nulladimeno si sarebbe anche dichiarata la vittoria per Macrino, s’egli non fosse stato figliuolo della paura. Allorchè vide dubbioso il combattimento, per timore di essere preso, se restava rotto il suo campo, abbandonò i suoi per salvarsi ad Antiochia. Tennero saldo, ciò non ostante, i pretoriani, finchè Elagabalo, informato della fuga di Macrino, lo fece loro sapere, con promettere nello stesso tempo di conservare ad essi il grado loro, e di regalargli se si dichiaravano per lui, siccome seguì. Ciò saputosi da Macrino, travestito prese le poste alla volta di Bisanzio, dove se potea giugnere, facea poi conto di passare a Roma, e di rimettere in piedi la cadente sua fortuna. Si mise a passar lo stretto, ed era già presso a Bisanzio, quando un vento furioso il rigettò a Calcedonia, dove stette