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Pagina:Annali d'Italia, Vol. 1.djvu/397


In questi tempi ancora bolliva la discordia tra il re dell’Armenia e i suoi figliuoli. Caracalla colla sua consueta infedeltà chiamò cadaun d’essi alla corte, facendo loro credere di volerli accordare insieme. L’accordo fu, che tutti li ritenne prigioni, figurandosi di poter fare il medesimo giuoco dell’Armenia che avea fatto dell’Osroene; ma s’ingannò. Que’ popoli presero l’armi per difendersi, senza volersi punto fidare di un principe che s’era troppo screditato colla sua perfidia. Avea Caracalla alzato al grado di prefetto del pretorio1818 Teocrito, uomo vilmente nato, già ballerino nei teatri, e divenuto a lui caro, perchè stato suo maestro nel ballo, e che per ammassar roba commise varie crudeltà1819, e facea anche sotto mano il mercatante. Presso Sifilino è detto essere stato tanta la di lui autorità nella corte, che la facea da superiore ai due prefetti del pretorio. Questo degnissimo generale fu da lui inviato con un corpo d’armata per sottomettere l’Armenia; ma da quei popoli rimase intieramente disfatto. Scrisse in questi tempi Caracalla al senato, con dire di saper bene ch’esso non sarebbe contento delle di lui imprese; ma che, tenendo egli una buona armata al servigio suo, avea in fastidio chiunque sparlasse di lui. Quindi volle passar in Egitto, con ispargere voce d’essere spinto da divozione verso Serapide, e da desiderio di veder la fiorita città di Alessandria, fabbricata dal suo caro Alessandro Magno1820. Arrivata1821 questa nuova in quella città, gli Alessandrini, gente vana, non cupando in sè stessi per l’allegrezza, si diedero a far mirabili preparamenti di addobbi, di musiche, di profumi per accogliere con gran solennità il regnante. Ma Caracalla, secondo il suo costume, doppio di cuore, si portava colà non per rallegrar que’ cittadini, ma per disertarli. Il natural di quel popolo era inclinato forte alla maldicenza, ed avea sempre in bocca motti frizzanti, specialmente contro ai potenti. In fatti, senza nè pur risparmiare l’imperador stesso, misero in canzone la morte da lui data al fratello, attribuendogli anche un disonesto commercio colla madre, e deridendo la piccola di lui statura, non ostante la quale egli si credeva un altro Alessandro e un nuovo Achille. I principi saggi, che non prendono mosche, non fan più caso di simili ciarle, di quel che si faccia delle ingiurie de’ pappagalli e delle gazze. Ma all’iracondo e bestial Caracalla esse trapassavano il cuore, e però ne volea far gran vendetta. Giunto ad Alessandria, visitato con divozione il tempio di Serapide, vi fece molti sagrifizii; andò al sepolcro di Alessandro, e vi lasciò de’ preziosi ornamenti. Gridavano gli Alessandrini: Viva il buon Imperadore; e lo sdegno sanguinario di Caracalla stava allora per piombar sulle loro teste. Erodiano scrive che, fatta raunar la gioventù di Alessandria fuori della città, che ascendeva a migliaia, fingendo di voler formare un falange ancora di Alessandrini, dopo averli fatti attorniare dal suo esercito, tutti ordinò che fossero messi a fil di spada. Orridissima fu quella strage. Dione1822 scrive che il macello seguì nella città di notte e di giorno, ed essere stato sì grande il numero degli uccisi, che impossibile fu il raccoglierlo1823. Vi perì gran copia ancora di forestieri venuti per veder quelle feste; il sacco fu dato ai fondachi a alle case, nè andarono esenti dalla rapacità militare que’ templi. E questi furono i nemici che il detestabil Augusto andò a cercare in Oriente per gastigarli. Divise poi la città in due parti, la privò di tutti i privilegii, e lasciovvi presidio, con divieto ai cittadini di far adunanze in avvenire. Perseguitò ancora i seguaci di Aristotile, con dire che quel filosofo era stato1824 cagion della morte di Alessandro, e levò loro le scuole che godevano