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Pagina:Annali d'Italia, Vol. 1.djvu/394

727 ANNALI D'ITALIA, ANNO CCXV. 728

fermò qualche tempo; con far ivi qualche scaramuccia coi Geti, appellati poi più comunemente Goti, e pare che ne riportasse vittoria. Elvio Pertinace, figlio del fu Pertinace Augusto, prese di qua motivo nell’anno seguente di dire un motto pungente; perchè, nominandosi i titoli dati a Caracalla di Germanico, Partico, Arabico ed Alemannico; aggiugnetevi, diss’egli, anche quello di Getico Massimo, come a lui dovuto per aver debellato i Geti, tacitamente nondimeno alludendo alla morte da lui data a Geta suo fratello. Forse non è vero ch’egli facesse guerra coi Geti, ma è ben da credere vero quel motto. Sappiamo che questo Pertinace fu fatto morire da Caracalla, e non già per questa puntura a lui riferita. Spanciano scrive che gli tolse la vita perchè era figliuolo di un imperadore. Ma come mai aspettò egli tanto? Forse fu in que’ medesimi tempi che egli mandò all’altro mondo Claudio Pompeiano, nato da Lucilla, figliuola di Marco Aurelio Augusto, e da Pompeiano, cioè da un padre stato due volte console, e bravo generale di armate (2). Incamminossi poi Caracalla per la Mesia nella Tracia. La vicinanza della Macedonia produsse un mirabil effetto, perchè fece diventar questo Augusto un novello Alessandro. Se gli mancò il capo e il valore di quel gran conquistatore, non gli mancò già l’esterno di lui portamento. Si vestì egli alla macedonica, e poi scrisse al senato che gli era entrata in corpo l’anima di Alessandro, e per questo volea essere chiamato Alessandro Orientale. Da tali azioni che conseguenza sia per tirare il lettore, io non istarò a cercarlo. Inoltre della più scelta gioventù della Macedonia formò una brigata di fanteria, a cui diede il nome di falange macedonica, di sedici mila persone, tutte armate nella guisa che anticamente furono le truppe di Alessandro. Volle inoltre che si alzassero statue per tutte le città in onor di esso Alessandro, [p. 728] e massimamente nel Campidoglio e in ogni tempio di Roma. Moveva il riso il vedere in varii luoghi immagini dipinte che con un sol corpo in due differenti viste rappresentavano la faccia di Alessandro il Macedone e di Caracalla.

Volendo poi passare il Bosforo di Tracia per entrar nell’Asia, fu in pericolo di fare naufragio, essendosi rotta l’antenna della sua nave; ma si salvò nello schifo. Racconta Dione (2), che essendo giunto a Nicomedia, dove passò il verno di quest’anno, la sua vita era questa. Facea sapere ai senatori che l’accompagnavano (uno de’ quali era lo stesso Dione) che alla levata del sole fossero pronti, perchè volea tener ragione e trattar degli affari spettanti al pubblico bene; e li facea aspettar fino a mezzodì, e talvolta fino a sera, senza mai lasciarsi vedere. Ed egli intanto si dava bel tempo col carrozzare, ammazzar bestie, addestrarsi ai combattimenti de’ gladiatori, e col bere ed ubbriacarsi. Alla presenza degli stessi senatori mandava piatti di vivande e bicchieri di vino ai soldati ch’erano di guardia. Finalmente si lasciava pur vedere per isbrigar qualche causa, per lo più mezzo ubbriaco ed appena udite poche parole, voleva che si decidesse. Teneva in sua corte un eunuco spagnuolo, deforme al maggior segno non men di corpo che di costumi, creduto uno stregone, e fabbricator di veleni, che facea da padrone sopra il senato. Dappertutto manteneva spie che gli riferivano quel di vero o di falso che lor piaceva, senza parteciparlo al suo consiglio; volendo egli gastigar le persone senza saputa de’ ministri: il che cagionava una somma confusion di cose, ed era seminario di molte ingiustizie. In tutti poi questi suoi viaggi pareva che avesse tolto di mira i senatori, per ridurli in camicia, volendo che a loro spese (cioè, per quanto io credo, della repubblica) fabbricassero per istrada