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Pagina:Annali d'Italia, Vol. 1.djvu/392


anche creduto il suo braccio diritto; ma niun si potea fidare del capo stravolto di un tale imperadore1789. Perchè anch’egli avea persuasa l’union de’ fratelli, Caracalla mandò un tribuno con alcuni soldati per tagliargli il capo. Costoro nol trovarono tosto; e si perderono a svaligiar le argenterie, i danari e gli altri preziosi mobili delle sue stanze. Coltolo poi al bagno, così com’era in camicia e in pianelle, il menarono per mezzo la città con disegno di ucciderlo nel palazzo, maltrattandolo intanto con pugni sul viso per la strada. La plebe e i soldati della città, al vedere in sì compassionevole stato un personaggio di tanta stima, alzarono un gran rumore e fecero sedizione. Avvisatone Caracalla, per quietare il tumulto, avendo paura di peggio, gli venne incontro, e, cavatasi la sopravveste militare, la pose indosso al quasi nudo Cilone, gridando: Lasciate stare mio padre; non vogliate toccare il mio aio. Fece poi morire quel tribuno co’ soldati ch’erano iti per ucciderlo, fingendoli rei, per avere insidiato alla vita di un sì degno personaggio, ma con essersi comunemente creduto che li gastigasse per non averlo ucciso. Di altri nobili e senatori uccisi parlano Dione, Erodiano e Sparziano, facendone un fascio; ma verisimilmente non tutte quelle stragi appartengono ai due suoi primi anni. E qui non si dee tacer quella di Quinto Sereno Sammonico, uno de’ più insigni letterati uomini di questi tempi, compositore di moltissimi libri, che son quasi tutti periti1790, e che possedeva una biblioteca di sessantadue mila volumi, donati poi da suo figliuolo al secondo dei Giordani Augusti. Forse perchè Geta si dilettava forte della lettura dei di lui libri, Caracalla la prese con lui. Si trovava l’infelice Sammonico a cena quando gli arrivarono i sicarii che gli spiccarono la testa dal busto.




Anno di Cristo CCXIV. Indizione VII.
ZEFIRINO papa 18.
CARACALLA imperad. 17 e 4.

Consoli

MESSALLA e SABINO.

Non è certo, come vuole il Relando1791, che Messalla portasse il nome di Silio; nè questi potè essere quel Silia Messalla che Dione mette console nell’anno 193 sotto Giuliano, perchè sarebbe appellato console per la seconda volta. Tornando ora a Caracalla, volle egli, non so ben dire se in questo o nel precedente anno, rallegrare il popolo romano con degli spettacoli1792, cioè con cacce di fiere, combattimenti di gladiatori e corse di cavalli. Ma quivi ancora ebbe luogo la sua crudeltà, mostrando il suo piacere nel vedere i gladiatori scannarsi l’un l’altro. Si sa1793 che, quando egli era fanciullo, pareva così inclinato alla clemenza, che non si poteva immaginare di più; perchè, vedendo uomini esposti alle fiere, si metteva a piangere, e voltava il viso altrove. E un dì, perchè uno de’ fanciulli che giocavano seco fu aspramente battuto, per essersi scoperto attaccato alla religion giudaica (probabilmente vuol dire Sparziano la cristiana), egli non guardò mai più di buon occhio il padre di esso fanciullo, o pur colui che l’avea sferzato. Ma, fatto grande, cangiò ben costumi e natura, e sua delizia divenne lo spargimento e la vista del sangue. Fra gli altri gladiatori che in que’ giuochi perirono, uno fu Batone, forzato da lui a combattere nello stesso dì con tre altri di fila. Restò egli ucciso dall’ultimo, ma ebbe la consolazione che il pazzo imperadore gli fece una magnifica sepoltura. Un altro di essi gladiatori, appellato Alessandro, gli fu sì caro, che a lui innalzò molte statue in Roma ed altrove. Nelle corse poi dei