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Pagina:Annali d'Italia, Vol. 1.djvu/390


non solamente proclamarono lui Imperadore, ma dichiararono nemico pubblico l’estinto Geta. Fermossi tutta la notte Caracalla nel campo dei pretoriani1775, e la mattina seguente accompagnato da tutto l’esercito in armi più del solito, portando egli stesso la corazza sotto le vesti, si portò al senato, facendovi anche entrare parecchi soldati con volere che sedessero. Parlò delle insidie in varie guise a lui tese dal nemico fratello, da cui anche ultimamente poco era mancato che non fosse stato ucciso a tradimento; ma che egli, in difendendo sè stesso, aveva ammazzato l’altro. Se crediamo ad Erodiano1776, parlò anche con asprezza e volto fiero contro gli amici di Geta. Dione1777 nol dice, e nè pure Sparziano. Amendue bensì attestano, che all’uscir della curia rivolto a senatori: Ascoltate, disse, una cosa che rallegrerà tutto il mondo. Io fo grazia a tutti i banditi e relegati nelle isole. Con che egli venne a riempiere Roma di scellerati e malviventi, per poi popolar quelle medesime isole di persone innocenti. Tornossene Caracalla dal senato al palazzo, accompagnato di qua e di là da Papiniano e da Fabio Cilone, che gli davano di braccio, e sembravano due suoi cari fratelli, ma per far in breve un’altra ben diversa figura. Comandò poi che al cadavero dell’ucciso Geta fosse fatto un solenne funerale1778, e che gli fosse data sepoltura nel sepolcro dei Settimii nella via Appia. Di là fu poi esso trasportato nel mauseleo di Adriano. Che egli allora fosse deificato, lo scrive taluno, ma non se ne trovano sufficienti prove. Tutto ciò fece Caracalla per isminuir, se poteva, l’universale odiosità che egli s’era tirata addosso con sì nero misfatto. Non istarò io qui a raccontare i presagii della morte violenta di Geta, che Sparziano, fecondo di tali osservazioni, poco per lo più degne di fede, lasciò scritti. Dirò bensì che Dio anche in vita punì Caracalla, perchè egli ebbe sempre davanti agli occhi l’orrido aspetto del fratello svenato1779, e dormendo se gli presentavano sempre, degli oggetti spaventevoli, e pareagli di vedere or esso suo fratello, ed ora il padre, che colla spada sguainata gli venivano alla vita. Scrive Dione, che, per trovar rimedio a questo interno flagello, ricorse fino alla magia, e che gli comparvero l’ombre di molti, fra le quali solamente quella di Commodo gli disse: Va, che t’aspetta il patibolo. Ne creda il lettor quel che vuole. Certo è bensì che questi tetri fantasmi gli guastarono a poco a poco la fantasia, talmente che il vedremo furioso. Ed egli non mancò di visitar i templi de’ suoi dii, dovunque egli andava, e di mandarvi dei doni per quetar pure tante interne agitazioni; ma tutto fu indarno. Il bello era1780 che non udiva mai ricordarsi il nome di Geta, non ne mirava mai il ritratto, o le statue di lui, che non gli venissero le lagrime agli occhi. Ma o egli fingeva questo dolore, o pur egli ad ogni soffio di vento mutava affetti e voleri. Io mi riserbo di parlare all’anno seguente dell’incredibil sua crudeltà contro la memoria del fratello, benchè più propriamente appartengano al presente anno tutte quelle sue barbare azioni. E qui dirò unicamente ch’egli fece rompere tutte le statue di lui, ed anche fondere la moneta, dove era il suo nome.