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vivere uniti in pace. Questo bastò perchè anche gli altri disapprovassero un tal fatto, troppo orrore sentendo ciascuno all’udire che s’avesse a dividere, e per conseguente da indebolir cotanto il romano imperio. Però nulla se ne fece. Ma le dissensioni, le gare e i sospetti andarono sempre più crescendo, ed ognun d’essi fratelli pensava alla maniera di opprimere l’altro1770. Venne in mente a Caracalla di sbrigarsi di Geta nelle feste Saturnali dell’anno presente, perchè in esse una gran licenza si concedeva agli schiavi; ma perchè ebbe paura che troppo pubblico fosse il misfatto, se ne astenne. Tutte le strade ch’egli andò meditando, parendogli sempre pericolose, perchè Geta stava molto bene in guardia, ed era ben voluto, massimamente dai soldati, dai quali, siccome anche da buon numero di gladiatori, veniva custodito, prese in fine il partito di valersi dell’inganno, che che gliene potesse avvenire. Fece dunque credere a Giulia sua madre di volersi riconciliar da dovero col fratello, e che si abboccherebbe con lui nella di lei camera segreta. Chiamato Geta dalla madre, buonamente corse colà. Quando fu dentro, secondo Erodiano1771, lo stesso Caracalla di sua man lo scannò. Dione1772, che scrive i fatti de’ suoi giorni, confessa che Caracalla dipoi consacrò a Serapide la spada con cui avea ucciso il fratello; ma con aggiugnere che sbucarono fuori alcuni centurioni, già messi da Caracalla in agguato,. che gli si avventarono anch’essi coi ferri nudi addosso. Altro non potè fare l’infelice giovane, che correre ad abbracciare strettamente l’atterrita Giulia, gridando: Mamma, mamma, aiutatemi, che mi ammazzano. L’ammazzarono in fatti nel seno dell’ingannata madre, che restò tutta coperta del sangue del misero figlio, e ne riportò anch’essa una ferita nella mano, per averla stesa affin di trattener que’ colpi. Questo fu il miserabil fine di Geta Augusto, nell’età sua di ventidue anni e nove mesi, probabilmente negli ultimi giorni di febbraio, o pur ne’ primi di marzo, essendo egli nato nell’anno 189 della nostr’Era. Erodiano non men che Sparziano1773 cel descrivono per giovane non esente già da difetti, ma pure alieno dalla crudeltà, amabile, e che teneva a mente tutti i buoni documenti del padre. L’indegno Caracalla, dopo così enorme misfatto, corse qua e là pel palazzo, facendo lo spaventato1774, e gridando di essere scampato dal più gran pericolo del mondo, e fingendo di non tenersi sicuro ivi, a gran passi (ed era la sera) marciò verso il quartiere de’ pretoriani. I soldati, che erano di guardia del palazzo, non sapendo come fosse l’affare, gli tennero dietro anch’essi, passando per mezzo alla città con ispargere un gravissimo terrore fra il popolo, che non intendeva il soggetto di tanto rumore. Allorchè arrivò Caracalla alla fortezza de’ pretoriani, andò diritto al luogo, dove stavano le insegne e gl’idoletti loro, fatto a guisa di cappella; e quivi prostrato a terra, fece vista di ringraziar il cielo che gli avesse salvata la vita. Corsero colà tutti i soldati, ansiosi di sapere che novità era quella; ed egli sempre parlando con parole ambigue di pericoli, d’insidie a lui tese, a poco a poco finalmente arrivò a far loro intendere che non aveano più se non un padrone. Poscia, per amicarseli, promise loro un regalo di duemila e cinquecento dracme per testa, e la metà di più del grano solito darsi loro: di maniera che in un sol dì egli dissipò tutti i tesori ammassati in diciotto anni colla crudeltà e rapacità da suo padre. Permise anche ai soldati di andare a spogliar vari templi delle cose preziose. Tanta prodigalità di Caracalla, ancorchè si venisse da lì a poco a scoprire il fratricidio, quetò gli animi di coloro, che