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Pagina:Annali d'Italia, Vol. 1.djvu/385


guai se alcuno di essi Romani si dilungava punto dal corpo dell’armata o restava indietro: era tosto dai nemici ucciso o preso. Tra per questa guerra, e per le acque malsane di quelle contrade, e le tante fatiche, ci assicura esso Dione che vi perirono circa cinquantamila soldati romani. Nulladimeno l’indefesso Severo volea andare innanzi. Le selve, che si opponevano, le faceva tagliare; per le paludi apriva passaggi con terra portata; e gittando ponti sui fiumi, li valicava, facendosi portar sempre in lettiga a cagion della debolezza del corpo. Così arrivò sino al fine della parte settentrionale di quella grand’isola, con osservar ivi la diversità di quel clima dal nostro. Ma quivi le campagne erano incolte1753; niuna fortezza, niuna città si trovava per via; sicchè gli convenne tornar indietro alla fine con poco piacere. Pur queste sue bravure cagion furono che i Britanni barbari tornarono a dimandar pace, e l’ottennero con cedere una certa parte del paese ai Romani. Allora fu che Severo1754 tirò un nuovo muro, o pur rifece il vecchio al confine del dominio romano, disputando tuttavia gli eruditi Inglesi, per assegnare il sito d’esso muro e d’essi confini. Nulla di ciò dice Dione, e neppur Erodiano. Per questi felici avvenimenti tanto lo imperador Severo, quanto i suoi due figliuoli presero il titolo di Britannici, ma senza ch’eglino fossero di nuovo imperadori, perchè in fatti alcuna vittoria in battaglia campale non riportarono. Ma queste felicità esteriori di Severo Augusto erano di soverchio amareggiate da vari suoi interni disgusti ed affanni. Mirava egli nel maggior de’ suoi figli, cioè in Caracalla, che sempre più i vizii gli toglievano la mano; imperciocchè anche in mezzo alle fatiche della guerra egli si dava in preda alla libidine, e cresceva ogni dì più la sua insolenza e petulanza. Quel che più l’affliggeva, si era potersi oramai prevedere che il bisbetico umore di questo suo maggior figliuolo avrebbe tolta la vita al minore, subito che avesse potuto. E tanto più se ne persuase, da che s’avvide che Caracalla nudriva dei neri pensieri contra la persona dello stesso suo padre, e se n’erano anche veduti due brutti cenni. Un dì uscì Caracalla dalla tenda del padre, gridando che Castore l’avea ingiuriato. Era Castore il migliore dei liberti di corte, mastro di camera del medesimo imperador Severo, che in lui depositava tutti i suoi segreti. Stavano appostati alcuni soldati al di fuori, che cominciarono anch’essi ad alzar la voce contra di Castore, e a chiamar altri. Forse aveano qualche mal animo, quando Severo, creduto da essi obbligato al letto, uscì fuori, e fattili prendere, fece morire i più sediziosi. Ma questo fu un nulla rispetto a ciò che avvenne nell’andar Caracalla col padre a trattar coi nemici caledonii, già disposti a cedere e capitolare. Benchè malconcio ne’ piedi, marciava a cavallo Severo; e già si trovava quasi in faccia ai nemici, quando Caracalla, che cavalcava a lato del padre, fermò il cavallo, e sguainò la spada, per quanto fu creduto, con disegno di cacciarla nelle reni al padre. Chi veniva dietro alzò allora un grido, da cui atterrito Caracalla rimise tosto la spada nel fodero: e Severo, che si voltò indietro a quel grido, ebbe tempo di vedergliela in mano, ma allora non disse nè pure una parola. Fatto ch’ebbe l’accordo coi Barbari, se ne tornò al campo, e chiamato Caracalla nel suo padiglione, alla presenza di Papiniano prefetto del pretorio, e del suddetto Castore, fece portar una spada nuda; e poi cominciò a sgridare il figliuolo dell’orrido misfatto ch’egli avea tentato, e in faccia de’ nemici; aggiugnendo in fine, che se tale era l’animo suo, se ne cavasse allora la voglia, giacchè egli era vecchio ed infermo, e vivuto abbastanza. Che se non ardiva di ammazzarlo di sua mano, lo ordinasse, siccome imperadore, a Papiniano prefetto,