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Pagina:Annali d'Italia, Vol. 1.djvu/381


S’introdussero anche fra loro degli adulatori e mali arnesi che, in vece di metter acqua al fuoco, lo fomentavano, aggiugnendovi anche dell’olio. Quanto più crescevano in età, tanto più sbrigliati correvano dietro ai piaceri ed alle iniquità, e la loro vicendevole avversione prendeva sempre più piede. Non avea già lasciato l’Augusto Severo lor padre di provvederli di eccellenti governatori e maestri, e scorgendoli poi sì discordi fra loro, or colle dolci, or colle brusche si studiava di correggere questa lor malnata passione, mostrando loro i beni della concordia, e il felice stato, in cui era per lasciarli, e in cui si manterrebbono, se sapessero andar ben uniti. Tolse anche di vita alcuni che seminavano zizzanie fra loro. Ma indarno era tutto. Geta, siccome di umor più mansueto ed umile, dal suo canto ubbidiva; ma Caracalla, divenuto dopo la morte del suocero più orgoglioso e fiero che mai, ascoltava le parole del padre, ma fremendo in suo cuore, e poi seguitava ad operar come prima. Accadde probabilmente in questi tempi ciò che narra Dione1735 della crudeltà di Severo, non soddisfatta peranche. Il perchè non si sa, ma egli fece morir varie persone, e fra l’altre Quintillo Plauziano, senator nobilissimo: morte che fu creduta ingiustissima. Altri senatori1736 da lui tolti dal mondo erano stati convinti di reità; ma questi in età assai decrepita, standosene da gran tempo ritirato in villa, pensando non già a far delle novità, ma bensì alla morte vicina, per soli sospetti e per mere calunnie fu condannato a morte. Recatagli la funesta nuova, si fece portare gli arredi che avea molti anni prima preparati pel suo funerale, e trovatili guasti dalle tignuole, disse: Ho anche tardato troppo a morire. E fatto venir del fuoco, sopra di esso sparse l’incenso in segno di sagrifizio a’ suoi falsi dii, pregandoli che avvenisse a Severo quel tanto che Severiano in simil congiuntura augurò ad Adriano. Era in questi tempi proconsole dell’Asia Aproniano. Contro ancora di lui fu proferita la sentenza di morte, perchè avendo la sua nudrice sognato ch’egli dovea regnare un giorno, si pretendeva che Aproniano avesse intorno a ciò consultato i maghi. Ed ecco un amaro frutto della sciocchezza di que’ tempi, che prestavano tanta fede ai sogni, agli augurii e alle arti vane piene d’imposture. Nel leggersi in senato il processo, si trovò avere un testimonio deposto, che mentre si facea quella consultazione da Aproniano, un senator calvo, veduto così di passaggio da esso testimonio, v’era presente. Corse allora un ghiaccio per le vene di chiunque in senato era, o cominciava a divenir calvo; Dione confessa che egli e tanti altri, che avevano buona capigliatura, restarono sì turbati, che non seppero ritenersi dal tastar colla mano se avevano tuttora i lor capelli in capo. Il sospetto cadde principalmente sopra Bebio Marcellino, il qual fece istanza che fosse introdotto il testimonio, acciocchè costui, se gli dava l’animo, riconoscesse il senatore calvo. Entrato costui, andò girando un pezzo con gli occhi senza parlare. Verisimilmente gli fece un cenno Pollenio Sebennio senatore, uomo di lingua mordace, da me rammentato di sopra, perchè Dione a lui attribuisce la disgrazia dell’infelice Marcellino, il quale fu mostrato a dito dal testimonio suddetto e condotto immediatamente al patibolo. Quando fu in piazza, diede l’ultimo addio a quattro suoi figliuoli con un discorso patetico, conchiudendo, che solamente gli dispiaceva di lasciarli in vita in tempi così cattivi. Gli fu mozzato il capo, prima ancora che Severo Augusto sapesse la di lui condanna; tanto era allora avvilito il senato, e tanta era la paura che si avea dello sdegno di Severo. Gran disgrazia di dover vivere sotto principi tali! e pur se ne trovarono tanti