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Pagina:Annali d'Italia, Vol. 1.djvu/361


posta DEXTRO II ET FVSCO COS., la quale si dee, a mio credere, riferire al presente anno, in cui al console ordinario Prisco dovette essere prima delle calende di giugno sostituito Fosco; e questi poi probabilmente nel suddetto anno 225 arrivò al secondo consolato. Correva già il terzo anno che la città di Bizanzio era assediata dalle milizie di Severo Augusto. Colà dopo la rovina di Pescennio Negro si era rifuggita gran copia dei di lui uffiziali e soldati che maggiormente accesero gli animi di quegli abitanti alla difesa. Dione1612 assai ampiamente descrive le fortificazioni di quella città munita di buone mura, perchè di marmo, guernita di alte torri, di bastioni e di ogni sorta di macchine da guerra, mirabili essendo fra l’altre le fabbricate da Prisco da Nicea, ingegnosissimo architetto. Circa cinquecento barchette aveano gli assediati, colle quali infestavano continuamente la gran flotta spedita colà da Severo. A nulla servì per atterrire ed esortare alla resa quei cittadini e soldati l’aver Severo inviata colà la testa di Pescennio Negro. Essi ostinati più che mai resisterono con far delle maraviglie che pareran di valore, ma che son piuttosto da dire di pazzia. Imperciocchè, in vece di procurare il perdono e qualche tollerabil capitolazione, quando niuna speranza restava lor di soccorso, amarono piuttosto di ridursi agli estremi, che di cedere. Ciò che non potè ottenere la forza operò la fame. Giunsero quegli abitanti, dappoichè ebbero consumati tutti i viveri, anche più schifosi, a mangiarsi l’un l’altro. Nè restando più altro scampo, gran parte d’essi volle tentar la fuga colle loro barchette. Aspettato dunque un gagliardo vento, s’imbarcarono; ma le navi romane furono loro addosso, fracassarono i loro piccioli legni, di modo che il dì seguente nel porto di Bisanzio altro non si vide che cadaveri e pezzi di barche rotte. Allora le grida e i pianti di chiunque restato era nella città, furono oggetti di gran compassione, nè si tardò più a rendere la città. Entrativi i Severiani tagliarono a pezzi tutti i soldati che vi trovarono, e chiunque avea esercitato gli uffizii pubblici. Furono poi d’ordine di Severo smantellate tutte1613 le mura e fortificazioni di quella riguardevol città, le terme, i teatri ed ogni altro più bello edifizio1614. Di peggio non avrebbono potuto fare i Barbari. Dione1615, che dianzi avea veduta in tanta forza ed onore quella città, al mirarla poi ridotta a sì miserabile stato, non seppe già tacciar d’ingiustizia un tanto rigor di Severo, dappoichè con tanta ostinazione quel popolo volle cozzar col suo sovrano; ma non gli seppe già perdonare, che lo sdegno suo avesse privato l’imperio romano di un sì forte antemurale contro i tentativi de’ Barbari. Confiscò Severo i beni di tutti gli abitanti; non solamente li privò di ogni privilegio, ma anche del titolo di città la lor patria, sottomettendo Bisanzio a guisa d’un borgo alla città di Perinto, che insolentemente dipoi esercitò la sua autorità sopra i Bizantini. Al valente ingegnere Prisco fu salvata la vita, e Severo di lui poscia utilmente si servì da lì innanzi nelle guerre. Allorchè accadde la resa di Bisanzio, si trovava Severo nella Mesopotamia, voglioso di acquistarsi gloria in guerreggiare coi Parti e con altre di quelle nazioni. Per la grande allegrezza esclamò: Abbiamo in fine preso Bisanzio. Aveano i popoli dell’Osroene, e dell’Adiabene, gli Arabi e i Parti o prestato aiuto nella passata guerra a Pescennio Negro, o pure tentato di profittar della discordia di lui con Severo, saccheggiando il paese romano, e prendendo ancora alquante castella1616. Severo, a cui premeva di far rispettare in quelle parti il nome romano,