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grazia. Il decreto fu fatto ed inviato a Severo, il quale per consiglio de’ suoi lo rifiutò, perchè le sue forze e la conoscenza di quel che bolliva in Roma, gli prometteano molto più. Aveva egli fatto sapere ai pretoriani, che se stessero quieti, e gli dessero in mano gli uccisori di Pertinace, non farebbe lor male; e ne scrisse a Veturio Macrino, con dargli speranza di crearlo prefetto del pretorio. S’egli poi mantenesse la parola, nol so dire; certo è bensì, che promosse a tal carica Flavio Giovenale. Continuato poscia il viaggio, le milizie dell’Umbria, che doveano guardare i passi dell’Apennino, si unirono con esso lui, ed intanto i pretoriani abbandonarono Giuliano. Allora costui restò in isola, e in braccio alla disperazione1566. Indarno avea tentato di rinunziar l’imperio a Claudio Pompejano, personaggio di gran senno, che si scusò colla sua vecchiaia; indarno fece scannar molti fanciulli, credendo per magia di conoscere il suo destino. Il senato adunque, subito che fu assicurato da Silio Messala console, che non vi era più da temere de’ pretoriani, proferì la sentenza di morte contra di Giuliano, usurpator dell’imperio; dichiarò imperadore Severo, con far una deputazione di cento senatori che andassero ad incontrarlo, e decretò gli onori divini a Pertinace. Probabilmente ciò fu sul fine di maggio, o in un dei primi due giorni di giugno. Furono inviati alcuni a tagliar la testa a Giuliano, che restò ben servito, nè altro seppe dire, se non: Che male ho io fatto? a chi ho io tolta la vita? tardi conoscendo di aver impiegati i suoi tesori per comperarsi un fine sì miserabile. Permise poi Severo, che il di lui corpo trovasse riposo nella sepoltura de’ suoi antenati. Ora Severo, uomo sommamente guardingo e diffidente, massimamente dopo avere scoperto le già mandate persone per assassinarlo, era dalla Pannonia marciato fin qui in mezzo ad una guardia di secento soldati scelti, i quali mai non si cavarono la corazza, ed accompagnato dall’armata sua, come se fosse in paese nemico. A Narni se gli presentarono i cento senatori deputati che prima della udienza furono ben ricercati se aveano armi sotto1567. Li ricevè Severo con della maestà, e nel dì seguente, dopo averli regalati, diede loro licenza di ritornarsene a Roma, con facoltà nondimeno di restar chi volesse con lui. Vicino a Roma mandò ordine ai pretoriani di venire ad incontrarlo senz’armi, e in abito di pace e di festa. Aveva egli fatto giustiziare gli uccisori di Pertinace. Venuti che furono, fattili attorniare dalle sue genti armate, all’improvviso ordinò che fossero presi tutti, e dopo aver loro fatto un aspro rimprovero per le iniquità commesse in addietro, volle che fossero spogliati dei lor pugnali, o spade che fossero, delle vesti, e fin della camicia; e che sotto pena capitale stessero cento miglia lungi da Roma, con riconoscere da lui per grazia grande, se donava loro la vita. Svergognati e colla testa bassa se ne andarono costoro, ben pentiti di essere capitati colà disarmati. Furono loro tolti anche i cavalli; e Dione1568 racconta che un di questi cavalli scappò per tener dietro al suo padrone nitrendo. Accortosi il soldato di questo, tanto era turbato l’animo suo, che rivoltosi uccise il cavallo, e poi sè stesso. Nè tardò Severo a mandar guernigione nella fortezza dei pretoriani, e ad impossessarsi di tutte le lor armi ed arnesi. Fece dipoi l’entrata sua in Roma, se crediamo a Sparziano, armato di tutte armi. Dione che ne sapea più di lui, siccome presente a tutto, scrive ch’egli venne a cavallo sino alla porta, e quivi smontato si vestì da città, e a piedi vi entrò. Era tutta la città in festa, e i cittadini coronati di lauro e di fiori, ornate le strade di preziosi addobbi, lumi e