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aveva egli destramente ritirati i suoi figliuoli. All’avviso di tante novità a non pochi batteva forte il cuore in Roma, ma i più brillavano per l’allegrezza, nondimeno celata, per desiderio e speranza di veder a terra l’odiato Giuliano. Fu di parere il Relando1561, che nelle calende di marzo agli ordinari consoli fossero sostituiti Flavio Claudio Sulpiciano e Fabio Cilone Septimiano. Pare che ciò dovesse succedere più tardi, citando egli un’iscrizione del Fabretti1562, posta nel dì 19 di marzo di quest’anno FALCONE ET CLARO COS. Anzi si vede un altro marmo presso il Grutero1563, dove a dì 5 di settembre sono mentovati gli stessi consoli. Ma non è ben certo, perchè molti non ne faceano caso dei consoli sustituiti. Per conto di Cilone una altra iscrizione pubblicata dal Doni, e riferita anche da me1564, c’insegna essere stato il suo nome Lucio Fabio Cilone Septimiano. Ma nè pur apparisce che questi due fossero sostituiti; ed è malamente citato, in pruova di ciò, Erodiano. Abbiamo bensì da Dione1565, che Silio Messala, verisimilmente sustituito a Falcone, dappoichè cadde di posto per l’accusa narrata di sopra, era console sul principio di giugno. D’altri consoli sostituiti in quest’anno parla il Relando, senza che se ne veggano le pruove. Non si credeva Giuliano di aver a contendere se non con Pescennio Negro, quando gli arrivò la nuova, che anche Settimio Severo, avea alzata bandiera contra di lui. Allora si vide perduto. Precauzioni da ridere furono quelle ch’ei prese con fare che il senato dichiarasse nemici pubblici Severo e Negro con terribil bando ai soldati che loro ubbidissero; ma Severo assai informato era del cuore de’ senatori. Spedì il senato anche dei deputati all’uno e all’altro, per esortarli ad ubbidire; ma Severo guadagnò gli spediti a lui, e gl’indusse a parlare in suo favore all’armata. Aquilio Centurione, ed altri mandati da Giuliano, per assassinar i due nuovi imperadori, trovarono di aver che fare con gente più accorta di loro. Mise esso Giuliano in armi i suoi pretoriani, fece fare un trincieramento fuori di Roma con fosse; e mise delle buone porte e dei cancelli al palazzo imperiale. Dione presente a tutto confessa che non potea trattener le risa al mirare i pretoriani, avvezzi alle delizie, intrigati a ripigliare il mestier della guerra; meno ancora le soldatesche ne sapeano, che Giuliano avea fatto venire dall’armata navale di Miseno; e per gli elefanti, co’ quali si sperava di atterrire i cavalli de’ nemici, non si trovava chi li sapesse condurre. Roma sembrava oramai una città assediata, non vedendosi andar innanzi indietro altro che armi, cavalli ed attrezzi di guerra. Giuliano in questi tempi fece uccidere Emilio Leto, prefetto del pretorio, e Marzia, autori della morte di Commodo, sapendo che Severo era creatura di Leto, e temendo perciò di vedergli uniti contra di sè. Ma Severo, senza mettersi pensiero de’ vani preparamenti di Giuliano, veniva a gran giornate verso l’Italia. A lui si davano tutte le città. Senza opposizione entrò in Ravenna, e s’impadronì della flotta solita a stare in quel porto. Tullio Crispino creato nuovamente prefetto del pretorio, e mandato da Giuliano per occupar quella flotta, se ne tornò indietro con poco gusto. Allora Giuliano non sapendo dove volgersi, ordinò che le vestali, i sacerdoti e il senato andassero incontro a Severo per fermarlo; e perchè trovò in ciò della contraddizione, avea disegnato di spingere i soldati nel senato, per isforzare i senatori ad ubbidire; e non ubbidendo, di fargli tagliare a pezzi. Tanto gli fu detto, che desistè da sì maligno pensiero, e mandò poi ordine al senato di dichiarar Severo collega dell’imperio, pensando con ciò di comperarsi la di lui