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alle strade. Promosse l’agricoltura per tutta l’Italia, donando le terre abbandonate ed incolte, acciocchè si coltivassero. In somma, sotto sì moderato e buon principe1543 cominciava a rifiorir Roma, ed ogni saggia persona benediceva il tempo presente; ma questo tempo, che pareva così sereno, stette ben poco a rannuvolarsi. Malcontenti già erano, siccome dissi, del nuovo governo i soldati1544; e molto più se ne disgustarono, da che si videro imbrigliati e ritenuti dal far que’ mali che solevano. Aveano insino ne’ primi giorni tentato di esaltare al trono Triario Materno Lascivio senatore; ma egli scappò lor dalle mani, e andato a trovar Pertinace, si ritirò poi fuori di Roma. Mirarono ancor i pretoriani di mal occhio l’abbattimento delle statue di Commodo, e ne fremevano. Intanto aspettava Pertinace il giorno natalizio di Roma, per mutar la famiglia di corte, che dianzi serviva a Commodo, non l’avendo egli licenziata finora. Da tutti costoro ancora era egli odiato a morte, e specialmente dai liberti, a’ quali avea già tagliate le unghie sul vivo. Il saper poi quanto egli fosse guardingo nelle spese, e in concetto d’avaro, e che per ristorare l’erario fallito esigeva imposte messe da Commodo, contro le promesse fatte; e la voce corsa, che per far danaro si cominciassero a vendere le grazie e la giustizia; e che quei d’Alba Pompea corsi, credendo di toccare il cielo col dito sotto un Augusto lor compatriotto, s’erano trovati delusi: tutto ciò cagion fu che dalla maggior parte del popolazzo egli fosse poco amato, e che nella commedia sotto nome d’altre persone si sparlasse di lui, con dire fra le altre cose, ch’egli aveva bei detti, ma pochi fatti. Ai soldati e alla plebe non solevano piacere se non quegl’imperadori che largamente spendevano e più largamente donavano. Così la discorre Capitolino1545, il quale cento anni dipoi scrisse alla rifusa la di lui vita, nè dovea aver qui buone memorie. Imperocchè Dione1546 ed Erodiano1547, meglio informati di questi affari, ci lasciarono un diverso, cioè un bellissimo ritratto di Pertinace, dicendone amendue un gran bene, ed assicurandoci tale essere stata la clemenza, la saviezza, la modestia, l’illibatezza sua, tanta la sua premura pel pubblico bene, a cui principalmente tendevano le mire sue, che già Roma si potea dire tornata in un tranquillissimo e felicissimo stato. Lo stesso Capitolino attesta di poi anch’egli, che il popolo andò nelle smanie, udita la di lui morte, perchè tutti speravano di veder sotto di lui tornare ad un bel mezzogiorno l’imperio romano: segno dunque che l’amavano molto, e che non ha sussistenza quanto egli ha detto di sopra. Solamente confessa Dione, ch’egli fallò nello aver voluto con troppa fretta correggere tutti i disordini, parte de’ quali era inveterati; e molto più nell’aver dato ai soldati men regalo di quel che avessero ricevuto da Marco Aurelio e da Commodo; perchè sebben egli nel senato protestò di averlo fatto, la verità nondimeno era che que’ due Augusti aveano loro donati venti sesterzii per testa, laddove Pertinace non ne diede che dodici. Ma la rovina di questo recente imperadore si dee principalmente attribuire ad Emilio Leto prefetto del pretorio, che o per qualche riprensione a lui fatta da Pertinace1548, o perchè non potea conseguir quella padronanza che avea dianzi immaginato, si pentì d’averlo promosso all’imperio, e congiurò coi pretoriani contra di lui. Scoprissi intanto che Sosio Falcone console personaggio di gran credito per la sua nobiltà ed opulenza, trattava con essi pretoriani per occupare il trono cesareo, e ne fu portata l’accusa colle