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Pagina:Annali d'Italia, Vol. 1.djvu/348


fargli forza perchè accettasse l’imperio1539, se non che Falcone, il quale dovea la mattina seguente entrar console, gli si mostrò ora, e peggio poi nel progresso, assai contrario, con dirgli di non sapere come avesse da riuscire il di lui governo, da che il mirava sì favorevole a Marzia e a Leto, stati ministri delle iniquità di Commodo. Al che rispose quietamente Pertinace: Voi siete console giovane, nè sapete che cosa sia la necessità di ubbidire. Costoro hanno ubbidito fin qui loro malgrado a Commodo. Subito che han potuto, han dato a conoscere la lor buona volontà. Quindi proruppe il senato in acclamazioni festose verso il novello regnante, in detestazioni di Commodo, che si leggono a parola per parola presso Lampridio1540, prese dalla storia perduta di Mario Massimo. Soprattutto dimandavano i senatori, che si facesse al cadavero di Commodo il trattamento conveniente a chi era stato nemico degli dii, boia del senato, parricida, nemico della patria, cioè che fosse strascinato coll’uncino per la città, e gittato nel Tevere, siccome si usava co’ malfattori più esecrandi. Ma quel corpo, di permissione di Pertinace, era già stato segretamente seppellito in qualche sepolcro, e di là fra qualche tempo Pertinace lo fece trasportare nel mausoleo d’Adriano, perchè non gli piaceva d’irritare i pretoriani, troppo innamorati dell’estinto regnante. Fatta fu anche istanza dal senato, che si rompessero tutte le statue di Commodo, e si abolissero tutte le sue memorie. Non perdè tempo il popolo ad eseguirne il decreto. A Pertinace furono nello stesso tempo accordati tutti i titoli consueti degl’imperadori. Scrive Capitolino1541, che a Flavia Taziana di lui moglie fu dato il titolo di Augusta; ma sì egli, che Dione senatore, presente allora a tutti quegli affari, aggiungono averle bensì il senato decretato questo onore, siccome ancora al di lui figliuolo il titolo di Cesare; ma che Pertinace ricusò l’uno e l’altro, perchè non mirava per anche abbastanza assodato il suo imperio, conosceva l’umor petulante della moglie, nè gli pareva che il figliuolo di età anche tenera fosse capace di tanto onore. Diede egli principio al suo governo con ottime idee e rettissima volontà. Dovea pagarsi il regalo promesso ai pretoriani e agli altri soldati di Roma, e nell’erario non si trovò più di venticinquemila scudi. Mise perciò1542 in vendita le statue, l’armi gioiellate, i cavalli, le carrozze, gli schiavi, le concubine, e tutte le altre vane suppellettili di Commodo, tanto che ne ricavò danaro da pagare in parte il regalo pattuito coi soldati, e da fare un donativo al popolo di cento danari per testa. Emilio Leto nello stesso tempo spogliò d’ordine suo tanti buffoni, che Commodo avea smisuratamente arricchiti coi beni dei senatori uccisi. Trattava il buon Pertinace, uomo senza fasto, cortesemente con tutti, ed affabile era massimamente coi senatori, ciascun de’ quali potea liberamente dire il suo parere; e dicea anche egli il suo, ma con tranquillità e rispetto a quello degli altri. Or questi or quelli voleva alla sua tavola, tavola propria di un principe, ma frugale. Per questa frugalità v’erano de’ ricchi e magnifici che il mettevano in burla; ma da tutta la gente savia ne veniva egli ben commendato. Applicossi a riformar le spese superflue, a levare gli abusi introdotti, a pagare i debiti del pubblico. Ai pretoriani e alle altre milizie non fu più permesso di rubare nè il far insolenze ed ingiurie a chicchessia. Cessarono le spie e gli accusatori, furono cassate le ingiuste condanne; restituiti i beni indebitamente confiscati; richiamati i banditi; e si potè dar sepoltura convenevole a chi in addietro non la potè conseguire. Abolì per le provincie vari dazi imposti dai cattivi principi alle rive de’ fiumi, ai ponti,