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Pagina:Annali d'Italia, Vol. 1.djvu/347


Dopo la morte di Perenne, siccome accennai di sopra, fu spedito da Commodo in Bretagna, e di là passò al governo dell’Africa. Finalmente tornato a Roma, vi esercitò, dopo Fusciano, uomo severo, la carica di prefetto della città, con tale umanità e piacevolezza, che piacque maggiormente a Commodo, e meritò di procedere di nuovo console con esso lui1534. Passava Pertinace in questi tempi l’età di anni sessantasei, perchè nato nell’anno 126 della nostra Era; ma era in concetto d’uomo di onore, di molta saviezza ed amorevolezza, e sperimentato nelle cose della guerra. Per attestato di Erodiano1535, la sua gravità ed anche la povertà il salvarono sotto Commodo, perchè fra gli altri pregi si contava ancor questo, d’esser egli il più povero dei senatori, ancorchè avesse esercitato molti riguardevoli uffizii. Ma, secondo Capitolino1536, si diceva aver egli sempre atteso a raccogliere molto e spendere poco. Un uomo di tal probità, ma insieme poco inclinato alla liberalità, non potea piacere ai soldati, troppo male avvezzati sotto Commodo. Durava tuttavia la notte, quando si fece sparger voce per la città, che Commodo era morto, ed eletto imperador Pertinace. Saltò fuori tutto il popolo con incredibil festa ed incessanti grida, caricando di maladizioni e villanie il defunto Augusto, cantando i suoi vituperii, e dandogli i nomi di tiranno, di gladiatore, di ernioso, perchè egli patì di una ernia, ch’era visibile agli occhi del pubblico. Anche i senatori, balzati dal letto, corsero, non sapendo dove stare per la gioia, alla curia: e quivi si presentò loro Pertinace, ma senza insegna alcuna d’imperadore e coll’animo assai agitato, perchè sapendo la bassa sua condizione in confronto di tanti altri senatori delle prime e nobili casate di Roma, sembrava a lui un’indecenza, ed anche un passo pericoloso, il prendere un posto più ragionevolmente dovuto ad altri. Però assiso in senato nella solita sua sedia, disse che egli veramente era stato riconosciuto imperadore dai soldati, ma che vecchio inabile ed immeritevole, rinunziava a quell’onore, e che eleggessero chi loro piacesse, essendovi tanti nobili degni più di lui del trono. Secondo Erodiano, prese anche pel braccio Aulo Glabrione, creduto il più nobile de’ Romani, e l’esortò a voler egli assumere la dignità imperiale. Capitolino aggiunge, che fece lo stesso con Claudio Pompejano, genero già di Marco Aurelio, e cognato di Commodo; ma che anch’egli si scusò. E qui dee aver luogo ciò che racconta Dione1537, cioè che Pompejano, siccome persona di gran prudenza, osservato ch’ebbe qual mala bestia fosse Commodo suo cognato, di buon’ora si ritirò in villa, nè si lasciava se non rade volte vedere in città, adducendo per iscusa varie sue indisposizioni, e specialmente la vista sua troppo indebolita. Nè volle già egli venire agli ultimi spettacoli di Commodo, per non essere spettator del disonore della maestà imperatoria, essendosi solamente contentato che v’intervenissero i suoi figliuoli. Creato poi Pertinace imperadore, gli tornò la vista, svanirono i suoi malori; e Pertinace a lui e a Glabrione fece sempre un distinto onore, nè risoluzione imprendeva senza il loro consiglio. Lo stesso Pompejano poi, da che fu morto Pertinace, e si videro imbrogliati forte gli affari, tornò ad ammalarsi, a vedervi poco, e a battere la ritirata. Da ciò si raccoglie essere adulterato il testo di Dione presso Zonara1538 e Sifilino, là dove è detto, che Claudio Pompejano, genero di Marco Aurelio fu quegli che presentò a Commodo il pugnale per ammazzarlo. Ora i senatori, veduta la umiltà e l’onorato procedere di Pertinace, quasi tutti di buon cuore il confermarono imperadore, e convenne anche