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Pagina:Annali d'Italia, Vol. 1.djvu/316


sarebbe salvato Cassio colla fuga presa dal cavallo, se sopraggiunto un decurione non l’avesse finito. Spiccatagli la testa dal busto, questi due uffiziali presero le poste per potarla all’imperadore. Altra particolarità più precisa di questo fatto noi non abbiamo dagli storici, se non che pare seguito qualche combattimento fra i soldati di Cassio e quei di Marzio Vero, governatore della Cappadocia, inviato da Cesare nella Soria1325. Fu anche ucciso il prefetto del pretorio, creato da lui, siccome ancora Metiano governatore di Alessandria, che avea abbracciato il di lui partito. Capitolino1326 il chiama figliuolo di Cassio. Succederono cotali uccisioni senza alcun ordine o saputa di Marco Aurelio, il quale troppa premura avea che non si spandesse il sangue di verun senatore, desiderando di salvar la vita a Cassio stesso, e solamente di potere rinfacciargli la sua infedeltà e ingratitudine. In fatti s’afflisse all’udirlo ucciso per aver perduta l’occasione di esercitar la misericordia. Furono trovate nello scrigno di Pudente molte lettere scritte a Cassio da’ suoi parziali. Marzio Vero, dichiarato poi governatore della Soria, tutte le bruciò, con dire che credeva d’incontrar così il genio di Marco Aurelio; e quando pur fosse succeduto il contrario, amava piuttosto di perir solo che di lasciar perir tanti altri1327. Ma più costante fama fu, che portate quelle lettere a Marco Aurelio, senza volerle dissuggellare, le gettò nel fuoco per non conoscere alcuno de’ suoi insidiatori, o per non essere, suo malgrado, forzato ad odiarli. Lo stesso fece allorchè gli fu portato il processo formato contra di Cassio, nè volle vedere la di lui testa, avendo comandato di seppellirla, prima che arrivasse chi gliela portava. Nè qui si fermò la di lui clemenza. Si guardò egli dall’imprigionare, o far morire alcuno de’ senatori denunziati di aver tenuta mano a cotesta ribellione1328. E perciocchè il senato seguitò dipoi le ricerche e i processi contra di tutti i complici, e molti ne condannò, Marco Aurelio, non coll’ipocrisia di Tiberio, ma colla sua sincera umanità, scrisse dalla Asia, dove il vedremo andare, ad esso senato, pregandolo e scongiurandolo di usar piuttosto l’indulgenza che il rigor contra de’ delinquenti, e di non condennar a morte chicchessia, e massimamente chi fosse dell’ordine senatorio o equestre: perchè egli desiderava questa gloria al suo regno, che in occasion di ribellione niuno, fuori del calore del tumulto perdesse la vita. Aggiungeva, che avrebbe anzi voluto, se fosse stato possibile, richiamar dal sepolcro gli estinti1329; e chiudeva in fine tal preghiera con dire, che se altrimenti avessero fatto per conto di alcun senatore o cavaliere, si aspettassero di vedere ancor lui in breve morire. In effetto, a riserva di pochissimi centurioni decapitati, gli altri colpevoli furono solamente gastigati coll’esilio. Flavio Calvisio governator dell’Egitto, benchè partigiano dichiarato della ribellione, fu relegato in un’isola, nè solo ebbe salva la vita, ma anche i beni. Perdonò Marco Aurelio alla moglie, ai figliuoli, al genero di Cassio, ancorchè sapesse che aveano sparlato di lui. Il solo Eliodoro fu relegato in un’isola. Agli altri figliuoli di Cassio volle che fosse conservata la metà de’ beni paterni e materni, con facoltà di andare dovunque loro piacesse (probabilmente lungi da Roma e fuori d’Italia), colla giunta ancora di molti regali, e con divieto di ingiuriarli o rimproverarli per cagion della loro disgrazia. Così poterono essi con sicurezza e comodo vivere da lì innanzi non come figliuoli d’un tiranno, ma come senatori romani, finchè il bestial Commodo, figlio di Marco Aurelio, sotto