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Pagina:Annali d'Italia, Vol. 1.djvu/307


Anno di Cristo CLXX. Indizione VIII.
SOTERO papa 9.
MARCO AURELIO imperad. 10.

Consoli

MARCO CORNELIO CETEGO e CAJO ERUCIO CLARO.

Non s’ingannò l’Augusto Marco Aurelio in dubitare che i barbari settentrionali con finto animo avessero trattato di pace nell’anno precedente. In fatti nel presente, ripigliate l’armi, ricominciarono i Marcomanni con gli altri popoli di sopra nominati, e con altri mentovati da Capitolino1280, le ostilità contro le provincie romane, forse animati dal sapere quanta strage avesse fatta la pestilenza nelle legioni romane. Il peggio era, che la medesima peste era tornata ad infierire in Roma; e però mancavano i soldati, ed anche l’altro nerbo principale di chi vuole far guerra, cioè il danaro; nè in sì calamitosi tempi sofferiva il cuore al buon imperadore di smugnere con imposture nuove i popoli afflitti. Che fece egli dunque? Ricorse a dei ripieghi riserbati alle gravi angustie della repubblica. Non erano mai ammessi alla milizia i servi, o vogliam dire schiavi; e di questi il numero a que’ tempi era incredibile nel romano imperio. Per valersene alla guerra, fece conceder loro la libertà, e ne formò alcune legioni, con dare ad essi il nome di Volontari. Altrettanto si era praticato nelle necessità della guerra Punica a’ tempi della repubblica. Volle ancora, che i gladiatori, benchè persone infami, seco venissero alla guerra, e che in vece di scannarsi fra loro, impiegassero la lor destrezza in favor della patria con uso migliore. Prese inoltre al suo soldo i banditi della Dalmazia, della Dardania e molte compagnie di Germani, acciocchè servissero contro gli stessi Germani. In tal guisa mise insieme una poderosissima armata. Ma non reggendo il suo erario a sì gravi spese, nè volendo egli, siccome dissi, aggravar i popoli, si ridusse a vendere al pubblico incanto nella piazza di Trajano gli ornamenti del palazzo imperiale e i vasi preziosi e fin le vesti della moglie e le gemme trovate negli scrigni di Adriano. Durò due mesi questo incanto, e tanto oro se ne ricavò, che bastò al bisogno della guerra. Finita poi essa, mandò fuori un editto, invitando i compratori di que’ preziosi arredi a restituirli pel medesimo prezzo. E chi non volle renderli, non ebbe per questo vessazione alcuna. Siccome osservammo di sopra all’anno 151, probabilmente Zonara s’è ingannato con attribuir questo fatto ad Antonino Pio, che non ebbe come Marco Aurelio necessità sì premurose di far danaro. Erasi ritirato il buon imperadore, non so se per godere della villeggiatura, o pure per guardarsi dalla peste, a Palestrina. Quivi la morte gli rapì il suo terzogenito, appellato Vero, per un tumore natogli sotto un orecchio, inutilmente tagliato. Era egli in età di sette anni, ed avea già conseguito il titolo di Cesare. Non più che cinque giorni volle il padre che durasse il suo lutto; consolò i medici che infelicemente l’aveano curato; e tornò fresco al maneggio degli affari pubblici, essendosi sempre osservata in questo imperador filosofo la medesima uguaglianza d’animo e di volto, tanto nella buona che nella avversa fortuna. Non permise egli che s’interrompessero per la morte del figliuolo i giuochi capitolini di Giove, che s’incontrarono in sì funesta occasione: solamente ordinò che si alzassero statue al defunto fanciullo, e l’immagine sua d’oro fosse portata ne’ giuochi circensi. Era egli in procinto di muoversi per andare alla guerra, quando pensò di rimaritar la figliuola Lucilla, rimasta vedova del morto Lucio Vero Augusto. Scelse dunque per marito di lei Claudio Pompejano, di origine Antiocheno, e figliuolo d’un cavalier romano, considerata sopra tutto la di lui onoratezza e saviezza. Ma tra perchè egli non era della

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prima nobiltà, e si trovava molto inoltrato nell’età, tanto essa Lucilla, che portava il titolo di Augusta, ed era figliuola di un Augusto, quanto Faustina imperadrice sua madre, non sapevano dirigere un sì fatto parentado.