Apri il menu principale


prese anche il consolato. Abbiamo memoria di ciò in una medaglia di Marco Aurelio colla di lui Podestà Tribunizia XXI corrente in questo anno, dove si mirano i due imperadori, in cocchio tirato da quattro cavalli, e preceduto dalla pompa trionfale. Per sua modestia non voleva il buon Marco Aurelio1250 partecipare di questo trionfo, dicendolo dovuto al suo Lucio Vero, le cui grandi fatiche per domar que’ barbari, già le abbiamo vedute. Ma Lucio Vero fece istanza al senato, che anche il fratello Augusto trionfasse con lui; e inoltre, che i di lui figliuoli Commodo e Vero fossero creati Cesari; il che fu eseguito. Vidersi poscia essi suoi figli, tanto maschi che femmine, andare in carrozza con loro nel trionfo. In tal occasione decretò ad amendue il senato la corona civica, e il titolo di Padri della Patria, ricusato finora da Marco Aurelio, per esser lontano il fratello. Nelle medaglie non s’incontra questo loro glorioso titolo. Si truova bensì nelle iscrizioni legittime, fatte1251 in quest’anno e ne’ seguenti, in onore dell’altro imperadore: il che può anche servire ad indicar l’anno preciso del trionfo, da me creduto il presente, e per conoscere ancora se sieno o scorrette o adulterine quelle iscrizioni che prima di questi tempi attribuissero loro un sì fatto titolo. In occasione del suddetto trionfo eziandio fu decretato che fossero fatti pubblici giuochi, a’ quali assisterono tutti e due gli Augusti in abito trionfale. Parlano finalmente le medaglie1252 del quarto Congiario dato al popolo romano da essi Augusti nell’anno presente, probabilmente per solennizzare con maggior contento d’esso popolo la pubblica allegrezza. Trovaronsi dunque in Roma i due Augusti in quest’anno, e si vide come un prodigio, la bella concordia de’ loro animi, tuttochè fossero sì diversi i loro costumi. Quanto a Marco Aurelio, principe per natural saviezza, per inclinazione alle azioni lodevoli, e specialmente per l’aiuto della filosofia pieno di belle massime, egli era tutto rivolto a procurare il ben della repubblica, non meno di quel che sia un saggio padre di famiglia in ben regolare la propria casa1253. Ammiravasi in lui l’indefessa applicazione ad amministrar la giustizia, obbligo primario dei regnanti. Voleva ascoltar tutto con pazienza, interrogava egli le parti, esaminava le ragioni, lasciando agli avvocati il convenevol tempo per dedurle: di maniera che talvolta intorno ad un solo affare impiegava più giorni, laonde coloro poi che erano condannati, si persuadevano che giuste fossero le di lui sentenze. Nè in ciò procedeva egli mai senza il consiglio e l’assistenza di valenti giurisconsulti, fra i quali principalmente si contò Scevola, lodatissimo anche oggidì nella scuola de’ Legisti. La sua bontà il portava sempre alla clemenza e alla dolcezza, sminuendo per lo più nelle cause criminali il rigor delle pene, se non quando si trattava di atroci delitti, nei quali compariva inesorabile. Teneva gli occhi sopra i giudici, affinchè non si abusassero o per negligenza o per malizia, della loro autorità. Ad un pretore, che non avea ben esaminato un processo, comandò di rileggerlo da capo a piedi. Ad un altro, che peggio operava, non levò già il posto per sua bontà, ma gli sospese la giurisdizione, delegandola al di lui compagno. Lo studio suo maggiore consisteva in distornar dolcemente gli uomini dal male, ed invitarli al bene, ricompensando i buoni colla liberalità e con vari premii, e cercando di guadagnare il cuore de’ cattivi con perdonar loro i falli, che si potessero scusare: il che servì a rendere buoni molti, e a far divenire migliori i già buoni. Nelle liti suo costume fu di non favorire quasi mai il fisco. Piuttosto che