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463 ANNALI D'ITALIA, ANNO CXXX. 464

Dione1, opinion comune fu che Antinoo offerisse ai falsi dii la volontaria sua morte, per soddisfare a una bestial curiosità o empia superstizione di Adriano, il quale vago della magia, o credulo alle imposture del gentilesimo2, si figurò di prolungar la sua vita coll’iniquo sacrifizio di questo giovine; oppure, come pensò il Salmasio, volle cercar nelle viscere di lui l’augurio dei fatti avvenire. Comunque sia, certo è, per attestato di Sparziano, che Adriano pianse la morte di Antinoo, come fan le donnicciuole; poscia per consolar sè stesso, e ricompensare il defunto giovinetto, il fece deificare dai Greci; pazza e ridicola risoluzione, per tale riconosciuta anche dagli stessi Gentili, ma specialmente dai Cristiani d’allora, che si servirono di questa empia buffonata per maggiormente screditare la stolta religion de’ Pagani, come si può vedere ne’ libri di san Giustino, di Tertulliano, di Origene e d’altri difensori della santa religione di Cristo. Ma che non sa far l’adulazione? Per guadagnarsi merito con Adriano, i popoli accettarono questo novello dio, gli alzarono statue per tutto l’imperio romano; più templi furono fabbricati in onore di lui, con sacerdoti apposta, i quali incominciarono anche a fingere ch’egli dava le risposte come un oracolo. E gli strologhi, osservata in cielo una nuova stella, non ebbero vergogna di dire che quell’era Antinoo trasportato in cielo. Lo stesso Adriano, con dire di vederlo colà, dava occasion di ridere alla gente savia. Fece egli dipoi fabbricare una città nel luogo dove morì, e fu seppellito Antinoo, alla quale pose il nome di Antinopoli, di cui poche vestigia oggidì restano nell’Egitto.


[p. 464]

Anno di Cristo CXXX. Indizione XIII.
Telesforo papa 4.
Adriano imperadore 14.


Consoli


Quinto Fabio Catullino e Marco Flavio Aspro.


Non è inverisimile che Adriano stoltamente impegnato ad eternar la memoria del suo Antinoo, passasse il verno di quest’anno nell’Egitto. Siccome egli stendeva il guardo a tutte le provincie del romano imperio per beneficarle, così non avea lasciato indietro la Giudea. Ha creduto il padre Petavio3, ch’egli in quest’anno e non prima rifabbricasse l’abbattuta città di Gerusalemme, e le desse il nome suo proprio, chiamandola Elia Capitolina, deducendolo da Sparziano, che nulla dice di questo. Solamente scrive egli4, che trovandosi Adriano in Antiochia (probabilmente, siccome abbiam supposto, nell’anno 128) i Giudei si sollevarono per cagion di un editto, in cui veniva loro vietato il castrarsi; il che, per quanto si può credere, vuol dire che loro fu proibita la circoncisione. Non potendo essi sofferire un divieto cotanto opposto alla lor legge, si mossero a ribellione. Abbiamo all’incontro da Dione5, che Adriano fatta fabbricare Gerusalemme, e mutatole il nome, nel luogo, dove dinanzi era il tempio dedicato al vero Dio, ne edificò uno in onore di Giove, e pose in quella città una colonia di gentili romani. Perderono la pazienza i Giudei al vedere in casa loro venir a piantare una stabile abitazione gente straniera, e in faccia loro alzato un tempio all’idolatria; e però non seppero contenersi da’ movimenti di ribellione. Ma finchè Adriano Augusto si fermò in quelle vicinanze, cioè nell’Egitto e nella Soria, non ardirono di venire all’armi, ed attesero a

  1. Dio., lib. 69.
  2. Aurelius, in Epitome.
  3. Petavius, in Chronol.
  4. Spart., in Hadriano.
  5. Dio., lib.. 69.