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393 ANNALI D'ITALIA, ANNO CII. 394

che si ricercano in chi dee servire ad un buon principe. Ma specialmente1 amava egli Licinio Sura, per gratitudine, avendo questi cooperato non poco, affinchè Nerva adottasse Trajano. Salì questo Sura a tal ricchezza e potenza, che a sue proprie spese edificò un superbo ginnasio, o sia la scuola de’ lottatori al popolo romano. Non andò egli esente dai soffi dell’invidia, compagna ordinariamente delle grandi fortune, avendo più d’uno procurato d’insinuare in cuor di Trajano dei sospetti della fedeltà di questo suo favorito, calunniandolo come giunto a meditar delle novità contra di lui. Trajano, la prima volta che Sura l’invitò seco a pranzo, v’andò senza guardie. Volle per una flussione che aveva agli occhi, farseli ugnere dal medico di Sura. Fatto anche venire il di lui barbiere, si fece radere la barba: chè così allora usavano i Romani. Adriano fu quegli che poi introdusse il portarla. Dopo aver anche preso il bagno, Trajano si mise a tavola, e allegramente desinò. Nel dì seguente disse agli amici, che gli mettevano in mal concetto Sura: Se costui mi avesse voluto ammazzare, n’ebbe jeri tutta la comodità. Fu ammirato un sì fatto coraggio in Trajano, ben diverso da que’ principi deboli che temono di tutto. Aggiugne Dione, che un altro saggio di questa sua intrepidezza diede Trajano. Nel crear sulle prime un prefetto del pretorio (si crede che fosse Saburano) dovea cingergli la spada al fianco. Nuda gliela porse, dicendo: Prendi questo ferro, per valertene in mia difesa, se rettamente governo: contra di me, se farò il contrario. Forse fu lo stesso Saburano, come conghiettura Giusto Lipsio, che gli dimandò licenza di ritirarsi, perchè Plinio2 attesta essere stato un prefetto del pretorio, che antepose il piacere della vita e della quiete agli onori della corte. Trajano, perchè gli dispiaceva di[p. 394] perdere un uffizial sì dabbene, fece quanto potè per ritenerlo. Vedendolo costante, non volle rattristarlo col negargli la grazia; ma l’accompagnò sino all’imbarco, il regalò da par suo, e baciandolo, colle lagrime agli occhi il pregò di ritornarsene presto.

L’anno verisimilmente fu questo, in cui Trajano con poderosa armata marciò contro a Decebalo re dei Daci. Poco sappiamo delle avventure di quella guerra. Ecco quel poco che ne lasciò scritto Dione3. Giunto che fu l’Augusto Trajano ai confini della Dacia, veggendo Decebalo tante forze in ordine, e un sì rinomato imperadore in persona venuto contra di lui, spedì tosto deputati per esibirsi pronto alla pace. Trajano, oltre al non fidarsi di lui, un gran prurito nudriva di acquistar gloria per sè e di ampliare il romano imperio: però, senza voler prestare orecchio a proposizione alcuna, andò innanzi. Si venne ad una terribil battaglia, che costò di gran sangue ai Romani, ma colla sconfitta de’ nemici. Raccontasi che in tal congiuntura girando Trajano, per osservare se i soldati feriti erano ben curati, al trovare che mancavano fasce per legar le ferite, fece mettere in pezzi la veste propria, perchè servisse a quel bisogno. Con grande onore data fu sepoltura agli estinti; ed alzato un altare, acciocchè ne’ tempi avvenire si celebrasse il loro anniversario. Col vittorioso esercito s’andò poi di montagna in montagna inoltrando Trajano, finchè pervenne alla capitale della Dacia, che si crede Sarmigetusa, città posta in quella provincia che oggidì appelliamo Transilvania; che divenne poi colonia de’ Romani col nome di Ulpia Trajana4. Nel medesimo tempo Lucio Quieto, Moro di nazione, uffizial valoroso, da un’altra parte fece grande strage e molti prigioni dei Daci; e a Massimo, uno de’ generali, riuscì di prendere una buona fortezza;

  1. Aurelius Victor, in Epitome. Dio., lib. 68.
  2. Plinius, in Panegyrico, §. 86.
  3. Dio., lib. 68.
  4. Thesaurus Novus Veter. Inscription, p. 1121, 7; 1127, 112.