Pagina:Annali d'Italia, Vol. 1.djvu/224

387 ANNALI D'ITALIA, ANNO C. 388

ch'erano or l’una, or l’altra invitate1. Distinzione di posto non voleva alla sua mensa, nè sdegnava di andare a desinare in casa degli amici, di portarsi alle lor feste, di visitarli malati, di andar talvolta nelle loro carrozze. In somma, per quanto poteva, si studiava di trattar con tutti, non meno in Roma che per le provincie, con tanta civiltà e moderazione, come se non fosse il sovrano, ma un loro eguale, ricordando a sè stesso, che egli comandava bensì agli uomini, ma ch’era uomo anch’egli. E perchè un dì gli amici suoi il riprendevano, perchè eccedesse nella cortesia verso d’ognuno, rispose quelle memorande parole: Tale desidero d’essere imperadore verso i privati, quale avrei caro che gl’imperadori fossero verso di me se fossi uomo privato. Lo stesso Giuliano Apostata2, che andò cercando tutte le macchie e i nei dei precedenti Augusti, non potè non confessare, che Trajano superò tutti gli altri imperadori nella bontà e nella dolcezza: il che punto non facea scemare in lui la maestà, e ne’ sudditi il rispetto verso di lui. Per questa via, e col mostrar amore a tutti, egli era sommamente amato da tutti, odiato da niuno; e dappertutto si godeva una somma pace e un’invidiabil tranquillità, come si fa nelle ben regolate famiglie.

L’adulazione come in paese suo proprio suol abitar nelle corti; non già in quella di Trajano, che l’abborriva3. E però neppur gradiva che se gli alzassero tante statue, come in addietro si era praticato con gli altri Augusti, e di rado permetteva che si gli facesse quest’onore, nè altri che puzzassero di adulazione. Per altro mostrava egli piacere, che il nome suo comparisse nelle fabbriche da lui fatte o risarcite, e nelle iscrizioni de’ particolari; laonde apparendo poi esso in tanti luoghi, diede motivo ad alcuni[p. 388] di chiamarlo per ischerzo4 Erba Parietaria, erba che si attacca alle muraglie. Ma conferendo le cariche, neppur voleva esserne ringraziato, quasi ch’egli fosse più obbligato a chi le riceveva, che essi a lui. Le ordinarie sue occupazioni consistevano in dar udienze a chi ricorrea per giustizia, per bisogni, per grazie, con ispedir prontamente gli affari, specialmente quelli che riguardavano il ben pubblico. Sapeva unire la clemenza, la piacevolezza colla severità e costanza nel punire i cattivi, nel rimediare alle ingiustizie de’ magistrati, nel pacificar fra loro le città discordi. Sotto di lui in materia criminale non si proferiva sentenza contro di chi era assente; nè per meri sospetti, come si usava in addietro, si condannava alcuno. Un bellissimo suo rescritto vien riferito ne’ Digesti5, cioè: Meglio è in dubbio lasciar impunito un reo, che condannare un innocente. Sotto altri principi il fisco guadagnava sempre le cause. Non già sotto Trajano, che anche contra di sè amava che fosse fatta giustizia. Quanto era egli lontano dal rapire la roba altrui, altrettanto era alieno dal nuocere o inferir la morte ad alcuno. A’ suoi tempi un solo de’ senatori fu fatto morire, ma per sentenza del senato, e senza notizia di lui, mentre era lungi da Roma: tanto era il rispetto ch’egli professava a quel nobilissimo ordine6. Ed appunto in quest’anno fu bel vedere, come creato console egli si contenesse nel senato, in esercitando quest’eminente dignità. Nel primo giorno dell’anno volle salito in palco nella pubblica piazza prestare il giuramento di osservar le leggi, solito a prestarsi dagli altri consoli, ma non dagl’imperatori, che se ne dispensavano. Portatosi al senato, ordinò ad ognuno di dire con libertà e sincerità i lor sentimenti, con sicurezza di non dispiacergli. Così diceano

  1. Eutropius in Breviar.
  2. Julianus de Caesaribus.
  3. Plinius in Panegyrico.
  4. Ammianus lib. 27. Aurelius Victor in Epitome.
  5. Lege 5. Digestis de Poenis.
  6. Plinius in Panegyr.