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Pagina:Annali d'Italia, Vol. 1.djvu/217

373 ANNALI D'ITALIA, ANNO XCVII. 374

68 ricusò più di una volta l’imperio, datogli in Germania dai soldati. Gloriosamente avea egli menata fin qui la sua vita, senza incorrere in alcuna disgrazia, rispettandolo ognuno, e fin quella bestia di Domiziano, e serbando quell’animo grande, ch’era stato superiore agl’imperi. Nerva anch’egli volle far conoscere a lui ed al pubblico, quanta stima ne facesse con crearlo suo collega nel consolato. Abbiam di certo da Plinio suddetto, che questo fu il Terzo consolato di esso Virginio: al che non fece riflessione il padre Stampa1, quantunque il cardinal Noris2 ed altri lo avessero avvertito, e si raccolga eziandio da Frontino e dai Fasti d’Idazio. Fu egli sotto Nerone nell’anno 63 per la prima volta console ordinario. Credesi che nell’anno 69 gli toccasse il secondo consolato, ma straordinario, sotto Ottone Augusto. Intorno al prenome di Rufo s’è disputato. Chi Tito, chi Pubblio l’ha voluto. È più probabile Lucio. Ora per la terza volta creato console nell’anno presente, siccome c’insegna Plinio il giovane, mentre sul principio dell’anno si preparava a recitare in senato il rendimento di grazie a Nerva per la dignità a lui conferita, essendo in età di ottantatrè anni, colle mani tremanti, e stando in piedi, gli cadde il libro di mano; e nel volerlo raccogliere gli sdrucciolò il piede pel pavimento liscio e lubrico, in maniera che si ruppe una coscia. Non essendosi questa ben ricomposta o riunita, dopo qualche tempo se ne morì, e gli furono fatti solenni funerali, mentre era console Cornelio Tacito, eloquentissimo oratore e storico, il qual fece l’orazione funebre in sua lode. Scrive il medesimo Plinio, che questo Virginio Rufo era nato in una città confinante alla sua patria Como.

Dacchè l’Augusto Nerva si vide sufficientemente assodato sul trono, fece tosto sentire il suo benefico genio a Roma[p. 374] e a tutto il romano imperio3. Richiamò dall’esilio una copia grande di nobili, che aveano patito naufragio sotto il precedente tirannico governo, ed abolì tutti i processi di lesa maestà. E perciocchè questi erano proceduti da mere calunnie, perseguitò i calunniatori, e fece morir quanti servi e liberti si trovarono aver intentate accuse contra dei loro padroni, proibendo con rigoroso editto a tal sorta di persone l’accusare da lì innanzi i padroni. Vietò parimente l’accusar chicchessia d’empietà, e di seguitare i riti giudaici: il che vuol dire ch’egli estinse la persecuzione mossa de’ Cristiani, che dai Pagani venivano tuttavia confusi coi Giudei. Perciocchè per conto de’ Giudei era loro permesso l’osservar la lor legge. Quanti preziosi mobili si trovarono nell’imperial palazzo, ingiustamente tolti da Domiziano, furono da lui con tutta prontezza restituiti. Non volle permettere che si facessero statue d’oro e d’argento (se pur non erano dorate o inargentate) in onor suo, abuso dianzi assai gradito da Domiziano. A que’ cittadini romani che si trovavano in gran povertà, assegnò terreni, ch’egli fece comperare, di valore di un milione e mezzo di dramme, con deputare alcuni senatori che ne facessero la divisione. Perchè trovò smunto affatto l’erario, vendè, a riserva delle cose necessarie, tutti i vasi d’oro o d’argento ed altri mobili, tanto suoi particolari, che della corte, e parecchi poderi e case, con usar anche liberalità ai compratori. E ciò non per covare in cassa il danaro, ma per dispensarlo al popolo romano, apparendo dalle medaglie4 che egli distribuì due volte nel breve corso del suo governo danari e grano. Giurò che d’ordine suo non si farebbe mai morire alcuno de’ senatori; e quantunque un di essi fosse convinto di aver congiurato contra di lui, pure altro mal non gli fece che di cacciarlo in esilio. Fu da lui confermata

  1. Stampa ad Fastos Consul. Sig.
  2. Noris Epistol. Consul.
  3. Dio., lib. 68.
  4. Mediobarbus, in Numismat. Imperat.