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353 ANNALI D'ITALIA, ANNO XCIII. 354

egli cominciasse solamente ora a riconoscersi tale, ma perchè il suo mal talento dopo la guerra civile di Lucio Antonio andò agli eccessi. Certamente a Domiziano non mancava ingegno ed intendimento: ma questa bella dote, se va unita con delle sregolate passioni, ad altro non serve d’ordinario, che a rendere più perniciosi e malefici i regnanti. Ora non si può assai esprimere quanta fosse la vanità, la prosunzione, e la sete di dominare in lui. Egli si credeva la maggior testa dell’universo, e ch’egli solo fosse degno di comandare: perciò fiero, superbo e sprezzator d’ognuno, astuto ed implacabile ne’ suoi sdegni. Era sicuro dell’odio suo chiunque compariva eccellente in alcuna bella dote: che questo è lo stilo delle anime basse1. Vivente il padre, e creato Cesare fece di mani e di piedi per non esser da meno del buon Tito suo fratello: ottenne vari uffizi, che esercitò con gran boria ed eccesso di autorità. E giacchè Vespasiano, ben conoscente del maligno suo naturale, il teneva basso, non avendo potuto conseguire se non un consolato ordinario, almeno si studiò sempre di essere sustituito come console straordinario al fratello. Morto Vespasiano, fu in dubbio se dovesse offerire ai soldati il doppio del donativo promosso loro da Tito, per tentar di levare a lui l’imperio. Andava spacciando che il padre l’avea lasciato collega del fratello nella signoria; ma che era stato suppresso il testamento. Vantavasi ancora d’aver egli alzato al trono non meno il padre che il fratello; e l’adulatore Marziale approvò questo suo folle sentimento. Vivente esso Tito, non fece egli mai fine a tendergli delle insidie, non solo segretamente, ma anche in palese. Tuttavia tanta era la bontà di Tito, che quantunque consigliato di liberar sè stesso e il pubblico da sì pericoloso arnese, mai non volle ridursi a questo passo, contentandosi solamente di fargli talvolta delle fraterne correzioni colle lagrime agli occhi, benchè[p. 354] senza frutto. Forse quell’unica azione di cui Tito prima della sua immatura morte disse d’esser pentito, fu d’aver lasciato in vita questo fratello, ben conoscendo il gran male che ne avverrebbe alla repubblica. Divenuto poscia imperadore2 non lasciava occasione, anche in senato3, di sparlare copertamente ed ancora svelatamente del padre e del fratello, biasimando le loro azioni; e per cadere in disgrazia di lui, altro non occorreva che essere in grazia o dell’uno o dell’altro, o dir parole alla presenza di lui in lode di Tito. Per altro egli era un solennissimo poltrone: temeva i pericoli della guerra; abborriva le fatiche del governo4. Il suo divertimento principale consisteva in giocare ai dadi, anche ne’ giorni destinati agli affari. Soleva eziandio ne’ principii del suo governo starsene ritirato in certe ore del giorno: e la sua mirabil applicazione era in prendere mosche5, o ucciderle con uno stiletto. Celebre è intorno a ciò il motto di Vibio Crispo, uomo faceto. Dimandando taluno, chi fosse in camera con Domiziano, rispose Crispo: Nè pur una mosca. Ora non aspettò egli, siccome dissi, a comparire quel crudele che era, a questi tempi. Anche ne’ precedenti anni diede varj saggi di questa sua fierezza per varie e ben frivole cagioni. Fra gli altri (non se ne sa l’anno) fece ammazzare Tito Flavio Sabino suo cugino, perchè avendolo designato console, secondo le apparenze, per la seconda volta, il banditore inavvertentemente in vece del nome di Console gli diede quello d’imperadore. Questo bastò per togliere a Sabino la vita. La stessa mala sorte toccò ad alcuni altri, o pure l’esilio: che questo era ne’ primi suoi anni di più ordinario gastigo; ed Eusebio6 al di lui

  1. Sueton. in Domitiano, cap. 1.
  2. Dio., lib. 67.
  3. Sueton. in Domitiano, cap. 1.
  4. Aurelius Victor in Epitome.
  5. Suet. in Domit., c. 3. Dio., l. 67. Aurel. Vict. in Epitome.
  6. Euseb.in Chron.