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Pagina:Annali d'Italia, Vol. 1.djvu/192

323 ANNALI D'ITALIA, ANNO LXXX. 324

sotto l’imperio di Vespasiano. La fece Tito da padre in sì funeste circostanze, consolando il popolo con frequenti editti, ed aiutandolo in quante maniere gli fu mai possibile. Certo inesplicabile fu l’amore ch’egli portava ad ognuno, e la bontà sua e la premura di far del bene a tutti. Era lecito ad ognuno l’andare all’udienza sua, ed ognuno ne riportava o consolazione o speranza. E perchè i suoi dimestici non approvavano ch’egli promettesse sempre perchè non sempre poi poteva mantener la parola: rispondeva, non doversi permettere che alcuno mai si parta malcontento dall’udienza del principe suo. Tanta era in somma l’inclinazione sua a far dei benefizii, che sovvenendogli una notte, mentre cenava, di non averne fatto veruno in quel dì, sospirando disse quelle sì celebri e decantate parole1: Amici io ho perduta questa giornata. Giunse a tanto questa benignità e amorevolezza, che nel poco tempo ch’egli regnò, a niuno per impulso o per ordine suo tolta fu la vita.

Diceva di amar piuttosto di perir egli, che di far perire altrui. In effetto, ancorchè si venisse a sapere che due de’ principali romani faceano brighe e congiure per arrivar all’imperio, e ne fossero essi anche convinti, pure non altro egli fece, se non esortarli a desistere, dicendo che il principato vien da Dio, nè si acquista colle scelleraggini; e che se desideravano qualche bene da lui, prometteva di farlo2. Dopo di che, per timore che la madre d’uno di questi senatori si trovasse in grandi affanni, le spedì dei corrieri, acciocchè l’assicurassero che suo figliuolo era salvo. Inoltre la notte stessa tenne seco a cena questi due personaggi, e nel dì seguente li volle [p. 324]allo spettacolo de’ gladiatori a’ suoi fianchi. Allora fu che portate a lui le spade di que’ combattenti, com’era il costume, le diede in mano ad amendue, acciocchè osservassero s’erano taglienti, per far loro tacitamente conoscere, che più non dubitava della loro fedeltà. Ma ciò che sopra ogni altra cosa gli conciliò l’amore d’ognuno, fu l’aver egli levato via l’insoffribile abuso introdotto sotto i precedenti cattivi imperadori; cioè che a qualsivoglia persona era permesso l’accusare altrui d’avere sparlato del principe, o d’avergli mancato di rispetto: il che era delitto di lesa maestà. Una licenza sì fatta teneva tutti sempre in una apprensione e schiavitù incredibile. Tito ordinò ai magistrati, che non ammettessero più sì fatte accuse, ed egli stesso perseguitò vivamente la mala razza di cotali accusatori, facendoli battere o mettere in ischiavitù, o pure esiliandoli. Soleva perciò dire: Non credo che mi si possa fare ingiuria, perchè non opero cosa, di cui con giustizia io possa essere biasimato. Che se pur taluno ingiustamente mi biasima, egli fa ingiuria più a sè, che a me: ed io in vece d’adirarmi contro di lui, ho d’aver compassione della sua cecità. E se talun dice male dei miei predecessori con ingiustizia, quando sia vero che questi abbiano il potere che loro s’attribuisce nell’averli deificati, sapran ben essi vendicarsene senza di me. Fece parimenti questo buon principe circa questi tempi selciar di nuovo la via Flaminia, che da Roma conduceva a Rimini. Ed Agricola3 continuando la guerra in Bretagna, stese i confini romani sin verso la Scozia, fondando ivi castelli e fortezze, per mettervi delle guarnigioni.

  1. Sueton., Dio., Eutropius, Eusebius.
  2. Suetonius, in Tito, cap. 9. Dio., lib. 66.
  3. Tacitus, in Vita Agricolae, c. 22.