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305 ANNALI D’ITALIA, ANNO LXXIV 306

moglie Flavia Domitilla, che gli partorì Tito e Domiziano. Morta costei, ebbe per sua amica questa Cenide, e creato anche imperatore la tenne quasi per sua moglie, amandola non solamente per la sua fedeltà e disinvoltura, e per molti benefizii da lei ricevuti quando era privato, ma ancora perchè gli serviva di sensale per far danari. Era l’avarizia forse l’unico vizio per cui universalmente veniva proverbiato questo imperadore1. Mostravasi egli non mai contento di danaro. A questo fine rimise in piedi alcune imposte e gabelle, abolite già da Galba; ne aggiunse delle nuove e gravi; accrebbe i tributi che si pagavano dalle provincie, ed alcune furono tassate il doppio. Lasciavasi anche tirare a far un mercimonio vergognoso per un par suo, col comperar cose a buon mercato, per venderle poi caro. Cenide anch’essa l’aiutava ad empiere la borsa. A lei si accostava chiunque ricercava sacerdozi e cariche civili e militari, accompagnando le suppliche con esibizioni proporzionate al profitto dei posti desiderati. Nè si badava, se questi concorrenti fossero o non fossero uomini dabbene, purchè se ne spremesse del sugo. Si vendevano in questa maniera anche l’altre grazie del principe; e le pene, per chi potea, venivano riscattate col danaro. Di tutto si credeva consapevole e partecipe Vespasiano. E tanto egli si lasciava vincere da questa avidità, che cadeva in bassezze2. Avendo i deputati di una città chiesta licenza di alzare in onor suo una statua, la cui spesa ascenderebbe a venticinquemila dramme, per far loro conoscere che amerebbe più il denaro in natura, stese la mano aperta con dire: Eccovi la base dove potete mettere la vostra statua. Era egli stesso il primo a porre in burla questa sua sete d’oro per coprirne la vergogna, e si rideva di chi poco approvava le sue vili maniere per adunarne. Uno di questi [p. 306]fu suo figliuolo Tito, che non potendo sofferire una non so quale imposta, da lui messa sopra l’orina, seriamente gliene parlò, con chiamar fetente quell’aggravio. Aspettò Vespasiano che gli portassero i primi frutti di quell’imposta, e fattili fiutare al figlio, dimandò se quell’oro sapea di cattivo odore. Un giorno, ch’egli era per viaggio in lettiga, si fermò il mulattiere con dire che bisognava ferrar le mule. Sospettò egli dipoi inventato da costui un tal pretesto, per dar tempo ad un litigante di parlargli, e di esporre le sue ragioni. E però gli domandò poi quanto avesse guadagnato a far ferrare le mule, perchè voleva esser a parte del guadagno. Questo forse disse per burla. Ma da vero operò egli con uno de’ suoi più cari cortigiani, che gli avea fatta istanza di un posto per persona da lui tenuta in luogo di fratello. Chiamato a sè quel tale, volle da lui il danaro pattuito con fargli la grazia. Avendo poscia il cortigiano replicate le preghiere, siccome non informato della beffa, Vespasiano gli disse: Va a cercare un altro fratello, perchè il proposto da te, non è tuo, ma mio fratello.

Tale era l’industria e continua cura di Vespasiano per ammassar danari, cura in lui biasimata, e non senza ragione dagli storici di allora, e più dai sudditi. Credevano alcuni, che dal suo naturale fosse egli portato a questa debolezza: ed altri, che Muciano gliel’avesse inspirata, con rappresentargli che nell’erario ben provveduto consisteva la forza e la salute della repubblica, sì pel mantenimento delle milizie, come per ogni altro bisogno. Tuttavia il brutto aspetto di questo vizio si sminuisce di molto al sapere, come osservarono Svetonio3 e Dione4, che Vespasiano non fece mai morire persona per prendergli la roba, nè mai per via d’ingiustizie occupò l’altrui. Quel che è più, non amava, nè cercava egli le ricchezze, per impiegarle ne’ suoi piaceri,

  1. Sueton., in Vespasiano, cap. 3.
  2. Sueton., in Vespasiano, cap. 23. Dio., lib. 66.
  3. Sueton., in Vespasiano, cap. 16.
  4. Dio., lib. 66.