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Pagina:Annali d'Italia, Vol. 1.djvu/180

299 ANNALI D'ITALIA, ANNO LXXIII. 300


erano cresciute a dismisura, andavano in lungo e si eternavano anche talvolta: male non forestiere anche in altri tempi e in altri luoghi. Cercò di rimediarvi con eleggere varii giudici, che le sbrigassero senz’attendere le formalità e lunghezze ordinarie del foro. Per mettere freno alla libidine delle donne libere che sposavano gli schiavi, rinnovò il decreto che anch’esse, perduta la libertà, divenissero schiave. Per frastornar coloro che prestavano danaro ad usura ai figliuoli di famiglia, vietò il poterlo esigere dopo la morte dei padri. Ma nulla più contribuì alla correzion de’ costumi e a far cessare il soverchio lusso de’ Romani, che l’esempio dell’imperadore stesso. Parca era la mensa sua; semplice e non mai pomposo il suo vestire; sicura dal di lui potere l’altrui onestà. Il disapprovar egli colle parole e coi fatti gli eccessi introdotti, più che le leggi e i gastighi, ebbe forza d’introdurre la riforma dei costumi nella nobiltà, e in chiunque desiderava d’acquistare o conservar la grazia di lui. Aveva1 egli conceduta una carica ad un giovane. Andò costui per ringraziarlo tutto profumato. Questo bastò perchè Vespasiano, guatandolo con disprezzo, gli dicesse: Avrei avuto più caro che tu puzzassi d’aglio; e gli levò la patente. Oltre a ciò, per guarire l’altrui vanità e superbia col proprio esempio, parlava egli stesso della bassezza della prima sua fortuna, e si rise di chi avea compilata una genealogia piena di adulazione, per mostrare2 ch’egli discendeva dai primi fondatori della città di Rieti sua patria, e da Ercole. Anzi talora nella state andava a passar qualche giorno nella villa, dov’egli era nato, fuori di Rieti, senza voler mai che a quel luogo si facesse mutazione alcuna, per ben ricordarsi di quello ch’egli fu una volta. E in memoria di Tertulla sua avola paterna, che l’avea allevato, nei dì solenni [p. 300]e festivi solea bere in una tazza d’argento da lei usata.


Anno di Cristo LXXIII. Indizione I.
Clemente papa 7.
Vespasiano imperadore 5.


Consoli


Flavio Domiziano Cesare per la seconda volta, e Marco Valerio Messalino.


Console ordinario fu in quest’anno Domiziano3, non già per li meriti suoi nè per elezione del saggio suo padre, ma perchè il buon Tito suo fratello, designato per sostenere anche nell’anno presente sì riguardevol dignità, la cedette a lui, e pregò il padre di contentarsene. E si vuol qui appunto avvertire che esso Tito era in tutti gli affari il braccio diritto del vecchio padre4. A nome di lui dettava egli le lettere e gli editti, e per lui recitava in senato le determinazioni occorrenti. Secondochè s’ha dalla cronaca d’Eusebio5, circa questi tempi (se pur ciò non fu più tardi) l’Acaia, la Licia, Rodi, Bizanzio, Samo ed altri luoghi di Oriente perderono la lor libertà, perchè se ne abusavano in danno lor proprio per le sedizioni e nemicizie regnanti fra i cittadini. Non si mandava colà proconsole o governatore romano in addietro, lasciando che si governassero coi propri magistrati e colle lor leggi. Da qui innanzi furono sottoposti al governo del presidente inviato da Roma, e a pagare i tributi al pari dell’altre provincie. Per attestato ancora di Filostrato6, Apollonio Tianeo, filosofo rinomato di questi tempi, grande strepito fece contra di Vespasiano, perchè avesse tolta alla Grecia quella libertà che Nerone, tuttochè principe sì cattivo, le avea restituita. Ma Vespasiano il lasciò gracchiare, dicendo che i Greci aveano disimparato il governarsi da

  1. Sueton., in Vespasiano, cap. 8.
  2. Idem, cap. 12.
  3. Suet., in Domiziano, cap. 2.
  4. Idem, in Tito, cap. 6.
  5. Euseb., in Chron.
  6. Philostratus, in Apollon. Tyan.