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che giammai a lui non cadde in pensiero. Ne fu anche informato Vespasiano; ma siccome egli avea troppe prove dell’onoratezza del figliuolo, così non ne fece caso; anzi udito che già egli era in viaggio, il fece dichiarar suo collega nell’imperio, e compagno anche nella podestà tribunizia, ma senza conferirgli i titoli di Augusto e di Padre della Patria. Questi onori equivalevano allora alla dignità dei re de’ Romani de’ nostri giorni, ed erano un sicuro grado per succedere al padre Augusto nella piena dignità ed autorità imperiale1. Passando per la Città di Argos, volle Tito abboccarsi con Apollonio Tianeo, filosofo di gran grido in questi tempi, e di cui molte favole hanno spacciato i Gentili. Il pregò di dargli alcune regole per saper ben governare. Altro non gli diss’egli, se non d’imitar Vespasiano suo padre, e di ascoltar con pazienza Demetrio filosofo cinico, che face professione di dir liberamente, e senz’adulazione o rispetto di alcuno, la verità; e che non s’inquietasse, se l’avesse ripreso di qualche fallo. Tito promise di farlo. Sarebbe da desiderare un filosofo sì fatto, e con tale autorità in ogni corte; e fors’anche in ogni paese si troverebbe volendolo. Ma è da temere che non si trovassero poi tanti Titi. Ebbe Tito sentore per istrada delle relazioni maligne portate di lui al padre (e forse n’era stato sotto mano autore l’invidioso Domiziano) con fargli anche sospettare che Tito non verrebbe, perchè macchinava cose più grandi. Allora egli s’affrettò, e in una nave da carico, quando men s’aspettava, arrivò in corte; e quasi rimproverando il padre ch’era uscito in fretta ad incontrarlo, un po’ agramente gli disse: Son venuto, Signor e Padre, son venuto.

Fu decretato il trionfo dal senato tanto a Vespasiano, quanto al figliuolo, e separatamente per la vittoria giudaica. Ma Vespasiano che amava il risparmio [p. 294]in tutte le occorrenze, nè potea sofferir tanta spesa, si contentò d’un solo che servisse ad amendue. Non s’era mai veduto in addietro un padre trionfar con un figlio: si vide questa volta. Memoria di questo trionfo tuttavia abbiamo nell’arco di Tito in Roma, dato anche alle stampe dal Bellorio, e vi si mira portato l’aureo candelabro del tempio di Gerusalemme. L’essersi felicemente terminate le guerre della Giudea e Germania, diede campo a Vespasiano di fabbricar il tempio della Pace, e di chiudere quello di Giano; giacchè per tutto l’imperio romano si godeva un’invidiabil calma. Questa specialmente tornò a fiorire in Roma insieme colla giustizia, per tanti anni in addietro bandita da essa, e vi risorse la quiete degli animi e l’allegria: tutti effetti del saggio e dolce governo di Vespasiano. Buon concetto si avea nei tempi andati di questo personaggio; ma, divenuto imperadore; superò di lunga mano l’aspettazion di ognuno2. Imperocchè tosto si accinse egli con vigore a ristabilire Roma e l’imperio, che tanto aveano patito sotto i precedenti, o principi o tiranni; nè si diede mai posa, finchè visse, per levare i disordini, e per abbellire quella gran città. Chiara cosa essendo che i passati affanni principalmente erano proceduti dall’avidità, insolenza e poca disciplina de’ soldati, e soprattutto de’ pretoriani, vi rimediò col cassare la maggior parte di quei di Vitellio, ed esigere rigorosamente la buona disciplina dai suoi propri. Per assicurarsi meglio del pretorio, cioè delle guardie del palazzo, con istupore di ognuno, creò lo stesso Tito, suo figliuolo e collega, prefetto del pretorio: carica sempre innanzi esercitata dai cavalieri, e che perciò divenne col tempo la più insigne ed apprezzata dopo la dignità imperiale3. La vita di Vespasiano era senza fasto. Il venerava ognuno come signore, ed egli amava all’incontro di

  1. Philostratus, in Apollon. Tyaneo.
  2. Sueton., in Vespasiano, cap. 8.
  3. Dio., lib. 66.