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255 ANNALI D'ITALIA, ANNO LXVIII. 256

Nerone, che pene fossero queste? Gli fu risposto di essere trascinato nudo per le strade, fatto morire a colpi di battiture, precipitato dal Campidoglio, e con un uncino gittato nel Tevere. Allora fremendo mise mano a due pugnali che avea seco, ma senza attentarsi di provare se sapeano ben forare. Udito poi, che veniva un centurione con molti cavalli per prenderlo vivo, aiutato da Epafrodito suo liberto, si diede del pugnale nella gola. Arrivò in quel punto il centurione, fingendo di esser venuto per aiutarlo, e corse col mantello da viaggio a turargli la ferita. Allora Nerone, benchè mezzo morto, disse: «Oh adesso sì che è tempo! E questa è la vostra fedeltà1?» Così dicendo spirò in età di anni trentuno, o pure trentadue, nel dì 9 di giugno, restando i suoi occhi sì torvi e fieri, che faceano orrore a chiunque il riguardava. Permise poi Icelo, liberto di Galba, poco prima sprigionato, che il di lui corpo si bruciasse. Le ceneri furono seppellite, per quanto s’ha da Svetonio assai onorevolmente nel sepolcro dei Domizii. E tale fu il fine di Nerone, degno appunto della sua vita, la quale è incerto se abbondasse più di follie o di crudeltà. Manifesta cosa è bensì, ch’egli fu considerato qual nemico del genere umano, qual furia, qual compiuto modello de’ principi più cattivi, anzi dei tiranni, non essendo mai da chiamare legittimo principe chi per forza era salito sul trono, ed avea carpita col terrore l’approvazione del senato e del popolo romano, accrescendo di poi col crudel suo governo e colle tante sue ingiustizie e rapine la macchia del violento ingresso. E tal possesso prese allora nei popoli la fama di questo infame imperadore, che passò anche ai secoli seguenti con tal concordia, che oggidì ancora il volgo del nome di lui si serve per denotare un uomo crudele e spietato. Nulladimeno [p. 256]fra il minuto popolo, vago solamente di spettacoli, e fra i soldati delle guardie, avvezzi a profittare della disordinata di lui liberalità, molti vi furono che amarono ed onorarono la di lui memoria. Fu anche messa in dubbio la sua morte, e si vide uscir fuori in vari tempi più di un impostore, che finse di essere Nerone vivo, con gran commozione dei popoli, godendone gli uni, e temendone gli altri.

Non si può esprimere l’allegrezza del popolo romano allorchè si vide liberato da quel mostro. V’ha chi crede, che tolto di mezzo Nerone, fossero creati consoli Marco Plautio Silvano e Marco Salvio Ottone, il quale fu poi imperadore. Ma di questo consolato d’Ottone vestigio non apparisce presso gli antichi scrittori; e Plutarco2 osserva, ch’egli venne di Spagna con Galba: dal che si comprende, non aver egli potuto ottenere si fatta dignità in questi tempi. Fuor di dubbio è bensì, che consoli furono Cajo Bellico Natale e Publio Cornelio Scipione Asiatico. Ciò consta dalle iscrizioni ch’io ho riferito3. In esse Natale si vede nominato Bellico, e non Bellicio, e gli vien dato anche il cognome di Tebaniano. Galba intanto col cuor tremante se ne stava in Ispagna aspettando qual piega prendessero gli affari; quando in sette dì di viaggio arrivò colà Icelo suo liberto, ed entrato al dispetto de’ camerieri nella stanza, dov’egli dormiva, gli diede la nuova ch’era morto Nerone, e di essersene egli stesso voluto chiarire colla visita del cadavero, ed avere il senato dichiarato imperadore esso Galba. Racconta Svetonio, ch’egli tutto allegro immediatamente prese il nome di Cesare. Più probabile nondimeno è, che aspettasse a prenderlo due giorni dopo, nel qual tempo arrivò Tito Vinio da Roma, che gli portò il decreto del senato per la sua elezione in imperadore. Servio

  1. Dio., lib. 63. Suet. in Ner., c. 57. Euseb., in Chr. Eutrop. et alii.
  2. Plutar., in Galba.
  3. Thesaur. Novus Inscription. pag. 306, n. 3.