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Pagina:Annali d'Italia, Vol. 1.djvu/151

241 ANNALI D'ITALIA, ANNO LXVI. 242

questo non si leggevano se non le infami impurità ed iniquità di esso Nerone. La descrizione de’ costumi lasciati da Tacito, ha dato motivo ad alcuni di crederlo il medesimo, che Petronio Arbitro, di cui restano i frammenti di un impurissimo libro. Ma dicendo esso Tacito, che questo Petronio fu proconsole della Bitinia e console, egli sembra essere stato quel Cajo Petronio Turpiliano, che abbiam veduto console nell’anno 61 di Cristo, e però diverso da Petronio Arbitro. Più di ogni altro venne onorato dalla compassione di tutti, e compianto il caso di Peto Trasea, e di Berea Sorano, amendue senatori e personaggi della prima nobiltà, perchè non solo abbondavano di ricchezze, ma più di virtù, di amore del pubblico bene e di costanza per sostenere le azioni giuste e riprovar le cattive. Per questi lor bei pregi non potea di meno l’iniquo Nerone di non odiarli, e di non desiderar la morte loro. Però il fargli accusare, benchè d’insussistenti reati, lo stesso fu che farli condannare dal senato, avvezzo a non mai contraddire ai temuti voleri di Nerone. Così restò priva Roma dei due più riguardevoli senatori, ch’ella avesse in que’ tempi, crescendo con ciò il batticuore a ciascun’altra persona di vaglia, giacchè in tempi tali l’essere virtuoso era delitto. Non parlo d’altri o condennati o esiliati da Nerone nell’anno presente, mentovati da Tacito, la cui storia qui ci torna a venir meno perchè l’argomento è tedioso.

Secondo il concerto fatto con Corbulone governator della Soria, Tiridate fratello di Vologeso re dei Parti1, si mosse in quest’anno per venir a prendere la corona dell’Armenia dalle mani di Nerone, conducendo seco la moglie, e non solo i figliuoli suoi, ma quelli ancora di Vologeso, di Pacoro e di Monobazo, e una guardia di tremila cavalli. L’accompagnava Annio Viviano, genero di Corbulone, con gran copia d’altri Romani. [p. 242]Nerone, che forte si compiaceva di veder venire a’ suoi piedi questo re barbaro, non perdonò a diligenza ed attenzione alcuna, affinchè egli nel medesimo tempo fosse trattato da par suo, e comparisse agli occhi di lui la magnificenza dell’imperio romano. Non volle Tiridate2 venir per mare, perchè dato alla magia, peccato riputava lo sputare o il gittar qualche lordura in mare. Convenne dunque condurlo per terra con sommo aggravio dei popoli romani; perchè dacchè entrò e si fermò nelle terre dell’imperio, dappertutto sempre alle spese del pubblico ricevè un grandioso trattamento (il che costò un immenso tesoro), e tutte le città per dove passò, magnificamente ornate, l’accolsero con grandi acclamazioni. Marciava Tiridate in tutto il viaggio a cavallo, con la moglie accanto, coperta sempre con una celata d’oro per non essere veduta, secondo il rito de’ suoi paesi, che tuttavia con rigore si osserva. Passato per Bitinia, Tracia ed Illirico, e giunto in Italia, montò nelle carrozze che gli avea inviato Nerone, e con esse arrivò a Napoli, dove l’imperadore volle trovarsi a riceverlo. Menato all’udienza, per quanto dissero i mastri delle cerimonie, non volle deporre la spada. Solamente si contentò che fosse serrata con chiodi nella guaina. Per questa renitenza Nerone concepì più stima di lui; e maggiormente se gli affezionò, allorchè sel vide davanti con un ginocchio piegato a terra, e colle mani alzate al cielo sentì darsi il titolo di Signore. Dopo avergli Nerone fatto godere in Pozzuolo un divertimento con caccia di fiere e di tori, il condusse seco a Roma. Si vide allora quella vastissima città tutta ornata di lumi, di corone, di tappezzerie, con popolo senza numero accorso anche di lontano, vestito di vaghe vesti, e coi soldati ben compartiti coll’armi loro tutte rilucenti. Fu soprattutto mirabile nella mattina del dì seguente il vedere la gran piazza e i tetti anch’essi coperti tutti

  1. Dio., lib. 63.
  2. Plinius, lib. 30, cap. 2.