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Pagina:Annali d'Italia, Vol. 1.djvu/136

211 ANNALI D'ITALIA, ANNO LIX. 212

Nerone con dei motti pungenti, deridendolo, «perchè tuttavia fosse sotto la tutela; ed oh che bel padrone del mondo, che nè pure è padrone di sè stesso!» Passò poi in varie guise, e coll’aiuto dei cortigiani nemici di Agrippina, a fargli credere che la madre nudrisse de’ cattivi disegni contra di lui.

Ingegnavasi all’incontro anche Agrippina di guadagnarsi l’affetto del figliuolo contra di questa rivale; e fanno orrore le dicerie che corsero allora, delle quali Dione Cassio1 e Tacito2 fanno menzione, contraddicendo quegli autori anche in parlar di Seneca, che alcuni vogliono concorde coll’iniquo Nerone alla rovina della madre, ed altri parziale della medesima, anzi macchiato di un infame commercio con lei. La stessa battaglia fra quegli scrittori si osserva, rappresentando alcuni3, ch’ella con carezze nefande, ed altri colla fierezza e colle minacce procurava di rompere l’abbominevole attaccamento del figliuolo a Poppea. Se nulla è da credersi, è l’ultimo. Perciò Nerone annoiato cominciò a sfuggirla, e ad aver caro ch’ella se ne stesse ritirata nelle deliziose sue ville, benchè quivi ancora l’inquietasse, con inviar persone, le quali, in passando, le diceano delle villanie o delle parole irrisorie. Finalmente si lasciò precipitar nella risoluzione di torle la vita. Non si arrischiò al veleno, perchè non apparisse troppo sfacciato il colpo, siccome era avvenuto in Britannico; e perchè ella andava ben guernita di antidoti. Nulladimeno Svetonio scrive, che per tre volte tentò questa via, ma indarno. Pensò anche a farle cadere addosso il vôlto della camera, dov’ella dormiva, e vi si provò. Ne fu avvertita per tempo Agrippina, e vi provvide.

Ora Aniceto liberto di Nerone, presidente dell’armata navale, che si tenea sempre allestita nel porto di Miseno, siccome nemico di Agrippina, si esibì a[p. 212] Nerone di fare il colpo con una invenzione che parrebbe fortuita; e risparmierebbe a lui l’odiosità del fatto. Consisteva questa in fabbricare una galea congegnata in maniera, che una parte si scioglierebbe, tirando seco in mare chi v’era disopra, esempio preso da una simil nave già fabbricata nel teatro. Piacque la proposizione; fu preparato nella Campania l’insidiatore legno; e Nerone per celebrar i giuochi d’allegria in onor di Minerva, chiamati Quinquatrui, si portò al palazzo di Bauli, situato fra Baia, e Miseno, conducendo seco la madre sino ad Anzo, giacchè era qualche tempo che le mostrava un finto affetto, ed usavale delle finezze. Quivi stando Nerone si udiva dire: che toccava ai figliuoli il sopportare gli sdegni di chi avea lor data la vita, e che a tutti i patti volea far buona pace colla madre; acciocchè tutto le fosse riferito, ed ella, secondo l’uso delle donne facili a credere ciò che bramano, si lasciasse meglio attrappolare. Invitolla dipoi a venire ad un suo convito ad Anzo; ed ella v’andò, accolta dal figliuolo sul lido con cari abbracciamenti, e tenuta poi a tavola nel primo posto: il che maggiormente la assicurò. O sia, come vuol Tacito, ch’ella quivi si fermasse quella sola giornata, o che, al dire di Dione, si trattenesse quivi per alcuni giorni, volle ella infine ritornarsene alla sua villa. Nerone, dopo il lungo e magnifico convito, la tenne fino alla notte in ragionamenti ora allegri, ora serii, baciandola di tanto in tanto, ed animandola a chiedere tutto quel che voleva, con altre parole le più dolci del mondo. Accompagnata da lui sino al lido, s’imbarcò nella nave traditrice, superbamente addobbata, e andò servendola Aniceto. Era quietissimo il mare, e parve quella calma venuta apposta, per far conoscere ad ognuno, che non dalla forza de’ venti, ma dal tradimento procedea lo sfasciarsi della nave. Alla divisata ora cadde, secondo Tacito4, il tavolato di sopra,

  1. Dio., lib. 90.
  2. Tac., lib. 14, cap. 2.
  3. Sueton. in Nerone.
  4. Tacitus, lib.14, cap. 3.