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173 ANNALI D'ITALIA, ANNO XLVIII. 174

probabilmente una diceria del volgo, solito ad aggiugnere ai fatti veri delle false circostanze; nè Tacito ne parla. Comunque sia, un gran dire per questo sì sfoggiato ardimento fu per Roma tutta. Il solo Claudio nulla ne sapea, perchè attorniato dai liberti, tutti paurosi di disgustar Messalina, l’incorrere nella disgrazia di cui, e il perdere la vita, andavano bene spesso uniti. Tuttavia troppo facile era lo scorgere che Messalina, dopo aver fatto Silio suo marito, era dietro a farlo anche imperadore, con un totale sconvolgimento del pubblico e della corte, a cui terrebbe dietro infallibilmente la rovina ancora d’essi liberti, tanto favoriti da Claudio. Si aggiunse ancora, che avendo Messalina fatto morir Polibio1, uno de’ più potenti fra essi nella corte, impararono gli altri a temere un’egual disavventura. Perciò Callisto, Pallante e Narciso, liberti i più poderosi degli altri nell’animo di Claudio, presero la risoluzione di aprire gli occhi all’ingannato Augusto. Ma non istettero saldi i due primi nel proposito, paventando, che se Messalina giugneva a parlare una sola volta a Claudio, saprebbe inorpellar sì bene il fatto, che sfumerebbe in lui tutto lo sdegno. Narciso solo stette costante, nè attentandosi egli a muoverne il primo parola, fece che alcune puttanelle di Claudio gli rivelassero non solamente la presente infamia, ma ancora la storia di tutti i precedenti scandali originati dalla trabbocchevol libidine e crudeltà di Messalina. Attonito Claudio fa tosto chiamar Narciso, il quale chiesto perdono in prima, e addotte le cagioni del silenzio finora osservato, conferma il fallo, e rivela altri complici della disonestà di Messalina. Turranio presidente dell’annona, e Lusio Geta prefetto del pretorio chiamati anch’essi attestano il medesimo, con rappresentare e caricare il pericolo di perdere vita ed imperio, imminente a Claudio per gli ambiziosi disegni di Silio e di Messalina, e il bisogno di [p. 174]provvedervi con mano forte, senz’ascoltar discolpe e parole lusinghiere della traditrice consorte. Rimase sì sbalordito Claudio, che andava di tanto in tanto dimandando, s’egli era più imperadore, se Silio menava tuttavia vita privata.

Era il mese d’ottobre, e fu veduta Messalina più gaia del solito divertirsi alle feste di Bacco2, che si faceano per le vendemmie, prendendo essa la figura di Baccante, e Silio quella di Bacco. Quand’ecco di qua e di là giugnere a Roma l’avviso, essere Claudio consapevole di tutte le sue vergogne, e venire a Roma per farne vendetta. Il colpo di riserva, su cui riponeva le sue speranze Messalina, era quello di poter parlare a Claudio, fidandosi, che, come tant’altre volte era accaduto, ora ancora placherebbe l’insensato marito. Ma questo appunto era quello, da cui l’accorto Narciso volea tener lontano il padrone: al qual fine impetrò di avere per quel giorno il comando delle guardie, rappresentando la dubbiosa fede di Luiso Gela; ed insieme ottenne di venir anch’egli in carrozza coll’imperadore a Roma. Nella stessa venivano ancora Lucio Vitellio e Publio Cecina Largo, senza mai articolar parola nè in favore nè contra di Messalina, perchè non si fidavano dell’animo troppo instabile e debole di Claudio. Intanto Messalina, presi seco Britannico ed Ottavia suoi figliuoli, e Vibidia, la più anziana delle Vestali, ed accompagnata da tre persone, perchè gli altri se ne guardarono, s’inviò a piedi fuor della porta d’Ostia, e salita poi in una vilissima carretta, trovata ivi per avventura, andò incontro al marito, non compatita da alcuno. Allorchè arrivò Claudio, cominciò a gridare, che ascoltasse chi era madre di Britannico e d’Ottavia; e Narciso intanto facea marciar la carrozza, strepitando anche egli con esagerar l’insolenza di Silio e di Messalina, e con rimettere sotto gli occhi di Claudio lo strumento nuziale.

  1. Dio., in Excerptis Valesianis.
  2. Tacitus, lib. II, cap. 31.