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171 ANNALI D'ITALIA, ANNO XLVIII. 172

adulatori. Trattossi nell’anno presente in senato1 di crear dei nuovi senatori in luogo dei defunti, e seguì molta disputa, perchè i popoli della Gallia Comata dimandavano di poter anch’essi concorrere a tutte le dignità e agli onori della repubblica romana. Fu contraddetto da non pochi; ma prevalse il parere di Claudio, che, addotto l’esempio de’ maggiori, sostenne non doversi negar la grazia, perchè ridondava in pubblico bene, e in accrescimento di Roma. Come censore fece Claudio ancora alcune buone ordinazioni, e fra l’altre spurgò il senato di alcune persone di cattivo nome, e ciò con buona maniera: perciocchè sotto mano lasciò intendere a que’ tali, che se avessero chiesta licenza di ritirarsi, l’avrebbono conseguita. Propose il console Vipsanio, che si desse a Claudio il titolo di Padre del senato. Claudio, conosciuto che questo era un trovato dell’adulazione, lo rifiutò. Fu fatto in quest’anno da esso Augusto parimente, come censore, e dal vecchio Lucio Vitellio suo collega, il lustro, cioè la descrizione di tutti i cittadini romani: il che non vuol già dire degli abitanti in Roma, perchè tanti forestieri venuti a quella gran città non erano tutti per questo cittadini di Roma, e molto meno tante e tante migliaia di servi, cioè schiavi che servivano allora in Roma ai benestanti. Niuno degli antichi scrittori ci ha lasciato il conto di quante anime allora vivessero in Roma; città, che in que’ tempi forse di non poco superava le moderne di Parigi e di Londra. Un’iscrizione che di ciò parla, merita d’essere creduta falsissima, siccome osservò Giusto Lipsio2. Per cittadini dunque romani si intendevano tutte quelle persone libere, che godeano allora la cittadinanza romana sì in Roma, che nelle provincie; giacchè non per anche questo privilegio s’era dilatato a tutto l’imperio romano, come ne’ tempi susseguenti avvenne. Di [p. 172]tali cittadini si trovarono nella descrizion suddetta sei milioni e novecento e quarantaquattromila.

Giunta era all’eccesso l’impudicizia e la baldanza di Messalina moglie di Claudio Augusto. Volle ella nell’anno presente far un colpo, a credere il quale gran fatica si dura, non sapendosi capire come potesse arrivar tant’oltre la sfacciataggine di una donna e la balordaggine di un marito, e marito imperadore. Lo stesso Tacito confessa3, che ciò parrà favoloso: tuttavia tanto egli, quanto Svetonio4 e Dione5, ci dan per sicuro il fatto. Era impazzita questa rea femmina dietro a Cajo Silio, giovane, non men per la nobiltà che per la bellezza del corpo, riguardevole. Avea Claudio a disegnarlo console per l’anno prossimo. Nè bastandole di mantenere un indegno commercio con questo giovane, determinò in fine di contraere matrimonio con lui, benchè vivente Claudio, nè ripudiata da lui. Dicono, ch’essendo ito Claudio ad Ostia per affari della pubblica annona, ella fingendo qualche incomodo di sanità, si fermò in Roma, e con gran solennità fece stendere lo strumento del contratto, munito di tutte le clausole consuete, donando a Silio tutti i più preziosi arredi del palazzo imperiale, e compiendo la funzione coi sagrifizii e con un magnifico convito. Fu poi esposto6 a Claudio, che alla presenza del senato, del popolo e de’ soldati tutto ciò era seguito. Ha dell’incredibile. Svetonio aggiugne, aver Messalina indotto lo stesso imperadore a sottoscrivere quell’atto, con fargli credere che fosse una burla, e ciò utile per allontanare un pericolo che a lui sovrastava, predetto dagl’indovini, e per farlo ricadere sopra Silio, finto imperadore. Sì lontana da ogni verisimile è questa partita, che patisce l’intelletto a crederla vera. Sarà

  1. Tacitus, Annal., lib. II, cap 23.
  2. Lipsius, in Notis ad Tacit. lib. 40.
  3. Tacit., Annal., lib. 11, cap. 26.
  4. Sueton. in Claudio, cap. 26.
  5. Dio., lib. 60.
  6. Tacitus, Annal., lib. 11, cap. 30.