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161 ANNALI D'ITALIA, ANNO XLV. 162

ma perchè quel supplizio era ignominioso, e in riputazione grande si tenea il privilegio della cittadinanza romana, Claudio levò loro la libertà, cioè il governarsi colle lor leggi e co’ propri ufiziali, benchè poi loro la restituisse nell’anno di Cristo 53. Mancò di vita in quest’anno Erode Agrippa re della Giudea, allorchè si trovava in Cesarea1. Credevasi che Claudio Augusto lascerebbe succedere in quel regno il di lui figliuolo Agrippa; ma prevalendo i consigli de’ suoi liberti, ne diede il governo a Cuspio Fado cavalier romano: con che Gerusalemme restò di nuovo senza i suoi re, immediatamente sottoposta ai governatori romani.


Anno di Cristo XLV. Indizione III.
Pietro Apostolo papa 17
Tiberio Claudio figlio di Druso, imperadore 5.


Consoli


Marco Vinicio per la seconda volta e Tauro Statilio Corvino.


Secondo le osservazioni del cardinal Noris, tali furono i consoli dell’anno presente, e, secondo lui, Tauro fu il prenome di Statilio: del che certo si può dubitare, perchè in un passo di Flegonte2 si parla di un fatto avvenuto in Roma, essendo consoli Marco Vinicio e Tito Statilio Tauro, cognominato Corvilio: dove apparisce Tauro cognome. Abbiam veduto nell’anno precedente rammentata un’iscrizione posta MANIO ÆMILIO LEPIDO ET T. STATILIO TAURO COS. Non ho io saputo dire, e neppure lo so ora, a qual anno precisamente appartenga questo pajo di consoli. Certamente questo Tito Statilio Tauro non sarà stato console tanto in questo che nell’antecedente anno, perchè ciò sarebbe stato notato ne’ Fasti; e però lo Statilio di quell’anno dee essere [p. 162]diverso dal presente. Osservarono il Panvinio ed altri, che ai consoli suddetti dovettero essere sostituiti Marco Cluvio Rufo e Pompeo Silvano, ricavandosi ciò da un rescritto di Claudio, riferito da Giuseppe Ebreo3, e fatto sul fine di giugno, correndo la quinta sua podestà tribunizia. Per altro, ancorchè finora abbiano faticato vari valenti letterati, non possiam dire superate per anche le tenebre sparse qua e là ne’ Fasti consolari, restandovi tuttavia molto di scuro e molte imperfezioni. Piena era oramai Roma di statue4 e d’immagini pubbliche o di marmo, o di bronzo, perciocchè ad ognuno era permesso il metterne: il che rendeva troppo familiare ed anche vile un onore che dovea essere riserbato alle persone di merito distinto. Claudio ne levò via la maggior parte, ordinando insieme, che da lì innanzi niun potesse esporre l’immagine sua senza licenza del senato, a riserva di chi facea qualche fabbrica nuova, o rifacea le vecchie, per animar ciascuno ad accrescere gli effetti di Roma. Mandò in esilio il governatore di una provincia, perchè fu convinto d’aver preso dei regali, e gli confiscò tutto quello che avea dianzi guadagnato nel governo. Fece ancora un editto, che a niuno dopo un ufizio esercitato nelle province, se ne potesse immediatamente conferire un altro: legge anche altre volte stabilita; acciocchè nel tempo frapposto potesse chi avea delle querele contra di tali persone, proporle con franchezza. Proibì ancora, finiti i loro governi, il pellegrinare in altri paesi, volendo che tutti venissero a Roma, per essere pronti a quello che ora noi chiamiamo sindacato. Nell’anno presente spese Claudio di molto in dar sollazzo al popolo con altri pubblici giuochi; e alla plebe, solita a ricevere gratis il frumento del pubblico, donò trecento sesterzi per cadauno; e vi fu di quelli che n’ebbero per testa fino mille e dugento

  1. Joseph., Antiq. Judaic., lib. 19.
  2. Phlegon., de Mirabilib., cap. 6.
  3. Joseph., lib. 19.
  4. Dio., lib. 60.