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Pagina:Annali d'Italia, Vol. 1.djvu/107

153 ANNALI D'ITALIA, ANNO XLIII. 154

salvi che seppero guadagnarsi la protezion di Messalina o dei liberti di corte. Fu osservato il coraggio di un liberto di Furio Camillo, per nome Galeso, che interrogato da Narciso nel senato, cosa egli avrebbe fatto se il suo padrone fosse divenuto imperadore: Gli avrei, rispose, tenuto dietro secondo il mio solito, ed avrei taciuto. In questa occasione1 Cecina Peto, già stato console, che avea sposato il partito di Furio Camillo, fu preso e condotto a Roma in una nave. Arria sua moglie, donna di petto virile, rigettata da quella nave, gli tenne dietro in una barchetta; ed arrivata a Roma, ricorse a Messalina, per raccomandarsele. Avendo trovata con lei Giunia moglie del suddetto Furio Camillo, la rimproverò, perchè tuttavia vivesse dopo la morte del marito. Avrebbe potuto Arria, mercè del favore di Messalina, non solamente vivere, ma anche sperar buon trattamento; pure s’incapricciò tanto di non voler sopravvivere al marito, che dopo aver veduta disperata la di lui causa, prese un pugnale, si trafisse, e poi diede il ferro medesimo al marito, acciocchè facesse altrettanto. Quest’atto d’Arria vien esaltato colle trombe da Plinio il giovane in una delle sue epistole, e da Dione, secondo la falsa idea che aveano i Romani di quel tempo della gloria; quasi che possa essere conforme alla retta ragione l’uccidere un innocente, e non sia più gloriosa quella fortezza che sa sofferir le maggiori calamità. Non si può fallare, credendo che dopo la morte di Furio Camillo, fosse inviato al governo della Dalmazia o sia dell’Illirico, Lucio Ottone padre di Ottone poscia imperadore, di cui parla Svetonio2. Fu egli sì rigoroso, che fece tagliar la testa ad alcuni semplici soldati, i quali pentiti d’aver aderito ad esso Camillo, di lor propria autorità, e contro l’ordine, aveano ucciso i loro uffiziali come autori di quella sedizione, senza far egli caso, se dispiaceva [p. 154]a Claudio, da cui erano anche stati promossi alcuni di que’ soldati a posto maggiore. Ne acquistò gloria presso i Romani, ma perdè molto della buona grazia di Claudio, con ricuperarla nondimeno da lì a poco, per avere scoperto e rilevato il disegno formato da un cavaliere di uccidere esso imperadore.


Anno di Cristo XLIII. Indizione I.
Pietro Apostolo papa 15
Tiberio Claudio, figliuolo di Druso imperadore 3.


Consoli


Tiberio Claudio Augusto per la terza volta e Lucio Vitellio per la seconda.


Non più di due mesi tenne l’Augusto Claudio il suo terzo consolato3. V’ha chi crede a lui succeduto nel dì primo di marzo Publio Valerio Asiatico, quel medesimo che avea tenuta mano ad abbattere il crudele Caligola, ma è opinione incerta. Vitellio console quel medesimo è che vedemmo proconsole della Siria, e che ebbe per figliuolo Vitellio poscia imperadore. Coll’adulazione si salvò sotto Caligola, con questa ancora si fece largo presso di Claudio. Nelle calende poscia di luglio giudicarono alcuni eruditi, che ai suddetti consoli ne succedessero due altri, cioè Quinto Curzio Rufo e Vipsanio Lenate. Plausibile è la lor congettura, ma non è più che congettura. V’erano sì smisuratamente moltiplicate in Roma le ferie4, che la maggior parte dell’anno era feriata; ed allora non si teneano i pubblici giudizii. Vi rimediò Claudio Augusto, riducendo esse ferie ad un numero discreto. Tolse vari uffizi a chi indebitamente gli avea ottenuti da Caligola, e li restituì o li conferì a chi ne era degno. Al popolo della Licia, perchè avea fatto un tumulto, con uccidere ancora non so quanti Romani, levò la libertà e sottomise quella provincia alla

  1. Plinius junior, lib. 3, cap. 16.
  2. Sueton. in Othone, cap. I.
  3. Sueton. in Claudio, cap. 14.
  4. Dio., lib. 60.