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lina, deliziosamente, e molto bene accompagnato da un tappetto di fantaccino che dimena le spalle alla becera. Discorrono delle loro faccende: la consegna, la riparazione alle scarpe, il nuovo orario, la arne attiva, u capurale, quel bagolon d’un furée.... — Qualche volta esprimono dei sentimenti d’ammirazione per delle signore incontrate poco prima. — Chilla è bona!Ah! che bonbonin! — Ce ne passan degli scompagnati, che si fermano a piluccare le more delle siepi con una ghiottoneria di bambini. Corron dietro alle lucertole, si chinano a frucar coi fuscelli nei formicai. Son capaci di perdere un’ora a cercare un uccello di cui sentono il verso dentro a un cespuglio o tra i rami d’un albero, grondando di sudore a forza di girare, di accoccolarsi, di torcersi come le biscie. Scendon giù verso i campi, tornano indietro con dei mazzi di fiori selvatici infilati nella tunica, felici di poter far quattro passi fuor delle scatole, col cinturino sulla spalla e con le mani nelle tasche, aspirando gli odori dei prati e dell’aie, dove son nati e cresciuti. E qualcheduno si volta a guardare in su, con una espressione di curiosità amichevole, che mi compensa di un mese di rompimenti.



A una cert’ora, ci ho un altro spettacolo: vedo risalire per la strada di val di Lemina dei gruppi di vecchi e di vecchie del vicino Ricovero, vestiti di rigatino grigio, che ritornan dalla