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i difensori delle alpi 327

cittadini maturi e pacifici, che s’innamorano d’un Corpo dell’esercito, come certi artisti dilettanti, d’una data scuola di pittura; e non bazzicano che quelli ufficiali, s’infarinano dei loro studi, ripetono i loro discorsi, in modo che a vederli e a sentirli chi non li conosce li scambia con antichi ufficiali del Corpo che adorano: il che è la più dolce delle loro soddisfazioni. Il signor Rogelli era di questi, e aveva la passione degli Alpini: una passione che gli vuotava la borsa, ma gli riempiva la vita. Egli era amico intrinseco di maggiori e di capitani, teneva dietro alle compagnie nelle escursioni in montagna, pagava da bere ai soldati, raccoglieva fotografie di gruppi, conosceva a fondo il servizio, e aveva sulla palma della mano la topografia delle zone e sulla punta delle dita la tabella del reclutamento. Non vedeva nell’esercito che gli Alpini, e gli pareva che riposassero sopra di loro tutte le speranze d’Italia. Non era proprio un ramo, era un ramocello di pazzia: il suo amor di patria aveva le mostre verdi e portava la penna di corvo. Una passione schietta, peraltro, e nobile, in fondo: nata dall’amor della montagna, dov’era cresciuto, e dalla simpatia per l’esercito, in cui aveva un fratello, e da vari altri gusti e sentimenti, di cacciatore, d’acquarellista, di gran mangiatore e di buon figliuolo, mescolati e riscaldati da una fiammella segreta di poesia, che mandava fuori una volta all’anno la scintilla d’un cattivo sonetto. E per ciò era raggiante di gioia quella mattina, e appena mi vide, mi gettò un sonoro: — Ci siamo! — accennandomi