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dove il mio povero Paolo aveva combattuto. Le monache mi stavano intorno in ginocchio. Perdonai a tutti, domandai perdono a tutti. Sentii che piangevano. Bianca di San Germano mi baciò. Resi l’anima a Dio. Così finì la marchesa di Spigno. Ecco la mia vita. Un peccato d’orgoglio, pochi giorni d’ebbrezza e quarant’anni d’espiazione, cominciati e finiti con due tremendi dolori.... Scrivete ora, signore, e siate giusto e umano. Fate che chi passa sotto queste mura non dica più, sorridendo: — Qui morì la bella di Vittorio Amedeo, la regina fallita. — Oh non sorrida, per rispetto al mio figliuolo! Fate che si dica d’ora innanzi: Qui morì la madre del vincitore dell’Assietta. Non domando altra indulgenza al mondo, e non la domando per me. Sia benedetto chi l’avrà. Ne esulterà l’anima del mio Paolo. Addio.

— Mori la mattina dell’undici di aprile, — mormorò la superiora, terminando; — l’anno 1769, il giorno anniversario della sua nascita, nel quale compiva novant’anni. Il cadavere fu vestito degli abiti monacali ed esposto, secondo l’uso, sopra un catafalco, nel mezzo della nostra chiesa. Poi fu calata nei sotterranei del monastero. Non c’è pietra che indichi dove sia; il nome non è iscritto da alcuna parte. Tale fu l’ultima volontà della morente. Ma la sua memoria è sempre nel nostro pensiero e nel nostro cuore. Sia pace all’anima sua.

Seguì un profondo silenzio. La superiora non aveva più nulla a dire. La signorina riprese il suo ritratto e lo fece ripassare dall’altra parte della ruota, dove una mano invisibile lo rac-