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le termopili valdesi 235

dopo corse disperate, sopra i dirupi, cadevano sfiniti, offrendo inutilmente riscatto, come Luigi De Monteil; altri, come Carlo Truchet, stesi in terra da una sassata, eran sgozzati, e rimanevan cadaveri nudi sul ghiaccio; altri, scampati a stento dalla strage, erravano per le nevi, scamiciati, insanguinati, gridando al soccorso, mezzi pazzi, e tornavan poi al campo e alle case loro, affetti di malattie strane, di cui morivano, o tormentati per anni ed anni da un’allucinazione spaventosa, oppressi dalla visione perpetua di quelle roccie, di quei precipizi, di quelle morti orrende, di quelle fughe di pazzi frenetici, che empivan la valle d’ululati. Ah! non eran mica più quegli antichi pastorelli valdesi, dolci come agnelle, e pazienti fino al martirio! Trattati come fiere, avevan messo le zanne e gli artigli. Si capisce bene come dovesse avere il braccio terribile alla fionda il giovinetto a cui avevan torturato la madre, e il polso d’acciaio alla picca l’uomo a cui avevano fatto a pezzi il figliuolo; si capisce come dovessero andar molto addentro nelle schiene dei fuggiaschi le lame confitte da tali mani. Avevano un bel gridare i pastori, inseguendoli, ordinando che desistessero dal sangue, in nome del Dio di misericordia e d’amore. Oramai non bastava più vincere a loro; avevan bisogno di punire, di vendicare, di far scontare la spietatezza con la disperazione, e la tortura con lo sterminio. Eppure, anche a quelle feroci battaglie dava qualche cosa di solenne e di augusto la religione. Quale spettacolo dovevan presentare sui monti quelle lun-