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la ginevra italiana 185

traesse qualche cosa del carattere della religione: una grande semplicità, le pareti bianche, una pulizia olandese, un ordine rigoroso: l’apparenza d’una casa in cui tutti dovessero levarsi prestissimo, e studiare, pregare e ricrearsi a quelle date ore, a regola d’orologio, come in un collegio. Parlavano tutti francese. I Valdesi colti parlan quasi sempre quella lingua fra loro. La introdussero nel paese, dicono, i pastori che vennero chiamati dalla Francia e da Ginevra dopo che la peste del 1630 ebbe portati via quasi tutti i pastori nativi delle valli; e aiutarono anche a diffonderla i giovani mandati a studiare di là dalle Alpi, e i libri religiosi, scritti in francese. Ora, peraltro, in quella predilezione del francese c’entra anche un po’ di compiacenza, l’idea di parlare una lingua che tutti gli altri italiani vicini vorrebbero conoscere, e che essi conoscon meglio di tutti, e che è quindi, per loro, come un segno e un argomento di maggiore cultura. Ma si vanno italianando, lentamente, da parecchi anni. E intendo dire di lingua, perchè di cuore sono italianissimi, e non hanno punta simpatia, se cosi può dirsi, storica per la Francia; alla quale danno la parte maggiore di colpa nelle persecuzioni che ebbero a patire; non ostante che gli scrittori d’oltralpi s’ingegnino di persuaderli che i loro più funesti persecutori furono in ogni tempo gl’italiani. Certo, la quistione non è facile a risolvere. Ma questo è incontestabile, almeno: che la più terribile delle persecuzioni, quella per cui tutto il popolo valdese venne strappato dalle sue valli e disperso pel mondo, fu opera di Luigi XIV,