Pagina:Alle porte d'Italia.djvu/135


emanuele filiberto a pinerolo 121

Detto appena questo, rimase meravigliato del senso improvviso come di solitudine triste che il suono delle ultime sue parole gli aveva svegliato nel cuore; e quella sera la signorina sentì come un’oppressura all’animo, una voglia di piangere senza sapere di che, una tristezza grande che la fece stare seduta sul suo letto per lungo tempo, col gomito appoggiato sopra il guanciale, e la mano tuffata nei capelli biondi.



Qualche cosa per aria c’era, in fatti, di quei giorni. Non era un mistero per nessuno che parecchi negoziatori fidati del Duca avevano fatto più volte in pochi mesi il viaggio da Torino a Parigi, e che tra la Corte ducale e il Governo di Madrid si trattava daccapo, con alacrità insolita, la vecchia quistione della resa della città. Gli stessi ufficiali francesi del presidio, fra i quali il Benavides aveva dei conoscenti, parlavano non della restituzione, ma della “concessione graziosa„ di Pinerolo, come d’un fatto facilmente prossimo; e non se ne dolevano, perchè neanche a loro era gradevole lo stare così sull’ala, in una città di confine, coll’incertezza del domani, in mezzo a gente che sospirava palesemente la loro partenza. La città si animava: i giovani e le donne, in special modo, si rallegravano. Ma i vecchi dondolavano il capo, increduli. Anche nel 1562, al tempo della convenzione di Fossano, s’era sperato; e la speranza durava da dodici anni. — È inutile, — dice-