Pagina:Alighieri, Dante – La Divina Commedia, 1933 – BEIC 1730903.djvu/47


inferno - canto ix 41

     Poi si rivolse per la strada lorda,
e non fe’ motto a noi, ma fe’ sembiante
102d’uomo cui altra cura stringa e morda
     che quella di colui che li è davante;
e noi movemmo i piedi in ver la terra,
105sicuri appresso le parole sante.
     Dentro li entrammo senz’alcuna guerra;
e io, ch’avea di riguardar disio
108la condizion che tal fortezza serra,
     com’io fui dentro, l’occhio intorno invio;
e veggio ad ogne man grande campagna
111piena di duolo e di tormento rio.
     Sí come ad Arli, ove Rodano stagna,
sí com’a Pola, presso del Carnaro
114ch’Italia chiude e suoi termini bagna,
     fanno i sepolcri tutt’il loco varo,
cosí facevan quivi d’ogni parte,
117salvo che ’l modo v’era piú amaro;
     ché tra li avelli fiamme erano sparte,
per le quali eran sí del tutto accesi,
120che ferro piú non chiede verun’arte.
     Tutti li lor coperchi eran sospesi,
e fuor n’uscivan sí duri lamenti,
123che ben parean di miseri e d’offesi.
     E io: «Maestro, quai son quelle genti
che, seppellite dentro da quell’arche,
126si fan sentir con li sospir dolenti?»
     Ed elli a me: «Qui son li eresiarche
co’ lor seguaci, d’ogni setta, e molto
129piú che non credi son le tombe carche.
     Simile qui con simile è sepolto,
e i monimenti son piú e men caldi».
132E poi ch’a la man destra si fu vòlto,
     passammo tra i martíri e li alti spaldi.