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416 la divina commedia

CANTO XXIII

     Come l’augello, intra l’amate fronde,
posato al nido de’ suoi dolci nati
3la notte che le cose ci nasconde,
     che, per veder li aspetti disiati
e per trovar lo cibo onde li pasca,
6in che gravi labor li sono aggrati,
     previene il tempo in su l’aperta frasca,
e con ardente affetto il sole aspetta,
9fiso guardando pur che l’alba nasca;
     cosí la donna mia si stava eretta
e attenta, rivolta inver la plaga
12sotto la quale il sol mostra men fretta:
     sí che, veggendola io sospesa e vaga,
fecimi qual è quei che disiando
15altro vorría, e sperando s’appaga.
     Ma poco fu tra uno e altro quando,
del mio attender, dico, e del vedere
18lo ciel venir piú e piú rischiarando.
     E Beatrice disse: «Ecco le schiere
del triunfo di Cristo, e tutto il frutto
21ricolto del girar di queste spere!»
     Paríemi che ’l suo viso ardesse tutto;
e li occhi avea di letizia sí pieni,
24che passar men convien senza costrutto.
     Quale ne’ plenilunii sereni
Trivia ride tra le ninfe eterne
27che dipingono il ciel per tutti i seni,
     vid’io sopra migliaia di lucerne
un sol, che tutte quante l’accendea,
30come fa il nostro le viste superne;