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inferno - canto vii 33

     Noi ricidemmo il cerchio a l’altra riva
sovr’una fonte che bolle, e riversa
102per un fossato che da lei deriva.
     L’acqua era buia assai piú che persa;
e noi, in compagnia de l’onde bige,
105entrammo giú per una via diversa.
     In la palude va c’ha nome Stige
questo tristo ruscel, quand’è disceso
108al piè de le maligne piagge grige.
     E io, che di mirare stava inteso,
vidi genti fangose in quel pantano,
111ignude tutte, con sembiante offeso.
     Questi si percotean non pur con mano,
ma con la testa e col petto e coi piedi,
114troncandosi co’ denti a brano a brano.
     Lo buon maestro disse: «Figlio, or vedi
L'anime di color cui vinse l’ira;
117e anche vo’ che tu per certo credi
     che sotto l’acqua ha gente che sospira,
e fanno pullular quest’acqua al summo,
120come l’occhio ti dice, u’ che s’aggira.
     Fitti nel limo, dicon: ’Tristi fummo
ne l’aere dolce che dal sol s’allegra,
123portando dentro accidioso fummo:
     or ci attristiam ne la belletta negra’.
Quest’inno si gorgoglian ne la strozza,
126ché dir noi posson con parola integra».
     Cosí girammo de la lorda pozza
grand’arco tra la ripa secca e ’l mézzo,
129con li occhi vólti a chi del fango ingozza:
     venimmo al piè d’una torre al da sezzo.