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paradiso - canto vi 337

     L’uno al pubblico segno i gigli gialli
oppone, e l’altro appropria quello a parte,
102sí ch’è forte a veder chi piú si falli.
     Faccian li Ghibellin, faccian lor arte
sott’altro segno; ché mal segue quello
105sempre chi la giustizia e lui diparte;
     e non l’abbatta esto Carlo novello
coi Guelfi suoi; ma tema de li artigli
108ch’a piú alto leon trasser lo vello.
     Molte fiate giá pianser li figli
per la colpa del padre; e non si creda
111che Dio trasmuti l’armi per suoi gigli!
     Questa picciola stella si correda
de’ buoni spirti che son stati attivi
114perché onore e fama li succeda:
     e quando li disiri poggian quivi
sí disviando, pur convien che i raggi
117del vero amore in su poggin men vivi.
     Ma nel commensurar di nostri gaggi
col merto, è parte di nostra letizia,
120perché non li vedem minor né maggi.
     Quindi addolcisce la viva giustizia
in noi l’affetto sí, che non si puote
123torcer giá mai ad alcuna nequizia.
     Diverse voci fanno dolci note;
cosí diversi scanni in nostra vita
126rendon dolce armonia tra queste rote.
     E dentro a la presente margarita
luce la luce di Romeo, di cui
129fu l’ovra grande e bella mal gradita.
     Ma i Provenzai che fecer contra lui
non hanno riso; e però mal cammina
132qual si fa danno del ben fare altrui.
     Quattro figlie ebbe, e ciascuna reina,
Ramondo Beringhieri; e ciò li fece
135Romeo, persona umíle e peregrina.